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17 Novembre 2016
18:18

Rocco Schiavone si farà pure le canne, ma aiuta i bisognosi: la politica che dice?

Il vicequestore interpretato da Marco Giallini non è solo l’indegno personaggio descritto dai politici per il consumo di marijuana: Rocco Schiavone lascia impuniti due colpevoli di un reato indegno perché costretti a commetterlo dalla loro condizione di miseria. Facciamo un’interrogazione parlamentare anche su questo, o riusciamo a capire che stiamo parlando di personaggi di fantasia?
A cura di Andrea Parrella
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"Rocco Schiavone" ha avuto successo, l'ha visto tantissima gente, piace. Insomma, l'idea per la quale una serie televisiva ben concepita in Rai non potesse che corrispondere ad un flop di ascolti, viene ribaltata dal vicequestore interpretato da Marco Giallini, ispirato ai romanzi polizieschi di Antonio Manzini. Clamoroso, l'interesse del pubblico si è concentrato su un personaggio politicamente scorretto, burbero, segnato umanamente dall'incedere dell'età e imbastardito da alcune delusioni, tutt'altro che simpatico e buonista. Ma soprattutto, questo è ancora più incredibile, si è appassionata a un poliziotto che si fa le canne.

Le canne, appunto. Negli ultimi sette giorni si è parlato più di questo che della qualità della scrittura di questo prodotto tv, in virtù di una protesta manifestata pubblicamente dagli esponenti di centrodestra Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e Maurizio Giovanardi. Parole decise, quelle dell'ex presidente del Senato:

Mentre la polizia si sacrifica al servizio dei cittadini, senza contratti, senza stipendi adeguati, prendendo bastonate in testa da centri sociali e violenti di ogni tipo, si erige a modello un personaggio letterario, di fantasia, questo commissario Schiavone che inizia la mattina al commissariato facendosi una canna, poi fa il basista per bande di rapinatori, realizza dei reati abusando del suo ruolo di poliziotto, fa da complice a rapine, traffici di droga, propone prostitute a terzi. A un tizio gli fa vedere una foto di una moldava. Se una cosa del genere accadesse nella realtà, se carabinieri e poliziotti usassero droga, cosa scriverebbero i giornali?

Poi ieri sera è successa un'altra cosa interessante, perché sul finale della terza puntata di "Rocco Schiavone" il vicequestore, per ragioni che non approfondiamo al fine di evitarvi spoiler, mente ai suoi superiori pur di coprire i colpevoli di un reato grave, che si sono sentiti costretti a commettere pur di non morire di fame. Schiavone li lascia impuniti, liberi. In questo caso come la leggiamo l'indulgenza del vicequestore scorretto che talvolta aggira quella legge che sarebbe chiamato a far rispettare?

Rocco Schiavone non dà lezioni di vita

Rocco Schiavone vuole essere un personaggio d'invenzione reale, vero, calato in un mondo fatto di sfumature, dove la separazione tra bene e male non è netta e dove vengono esaltati altri valori, diversi, come può essere la comprensione. Schiavone non ha lezioni da dare, né pretese didascaliche, perché questo non deve essere per forza il senso ultimo di una serie televisiva. Ma è vero anche che senza il suffragio popolare e un'intelligente operazione promozionale di Rai 2, le richieste politiche avrebbero avuto un effetto diverso e, chissà, oggi staremmo probabilmente parlando di un Rocco Schiavone spostato in seconda serata. Il punto resta sempre il solito: bisogna rendersi conto che la tv non deve essere uno strumento di consenso e non la si può obbligare a dire ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire. Semmai il contrario, ma non per forza. Nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di dire cosa dovrebbe o non dovrebbe essere trasmesso.

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