La nostalgia applicata al calcio è un'associazione quanto mai fortunata, un'ancora di salvezza nel tempo di crisi e decadenza di valori che stiamo attraversando. Gli ultimi mesi ci hanno dato ampio modo di pensare al ‘pallone' in una chiave malinconica, non solo per effetto di una pandemia destinata ad invadere ogni considerazione possibile sulla realtà, ma anche per alcuni anniversari significativi che ci hanno riportato con la mente a ricorrenze importanti per il calcio italiano. Dal decennale del triplete dell'Inter ai 50 anni dall'indimenticabile Italia-Germania del 4-3. Una partita che Riccardo Cucchi, voce storica di Tutto il calcio minuto per minuto, ha ripercorso in un libro, La Partita del Secolo, in cui il fatto sportivo in sé si intreccia alle storie degli uomini che ne furono artefici e alla funzione che la televisione ebbe in quel mondiale.

Riccardo, dopo aver raccontato centinaia di partite decide di scrivere un libro su una partita che non ha raccontato. Era il gusto di ricordarsi, per una volta, nei panni di spettatore?

Sicuramente questo è l'aspetto che forse ha scatenato la voglia di scrivere questo libro, per tornare con la memoria a quel 17 giugno del 1970, quando avevo 17 anni, non ero ancora maggiorenne, mi mancava un anno di liceo, ma coltivavo il sogno di fare il lavoro di Martellini, che ascoltavo in televisione e di Enrico Ameri. Perché la radio era accanto a me anche quella notte.

Tra i commenti di questi giorni su quella partita ne ho letto uno che mi ha colpito: "Ricordo esattamente cosa feci al gol di Rivera e ancora me ne vergogno". Il calcio fa questo effetto.

Ecco il punto. Quella partita la vidi con mio padre, tifosissimo del Torino e quella notte fu indimenticabile anche per i ricordi personali con lui, dalle sigarette fumate senza sosta alle imprecazioni, che ricostruiscono nella mia mente l'idea di un calcio che al tempo avesse un animo popolare. Ricordo perfettamente cosa feci. Quelle sono emozioni irripetibili che rappresentano una sorta di imprinting nel cuore e nella mente di un adolescente. Il libro nasce da una passione per il calcio che mi sono portato appresso e mi porto appresso ancora oggi. Nei 40 anni in cui ho raccontato questo sport ho lasciato da parte i sentimenti più vicini all'anima del tifoso, ma adesso che sono fuori dal microfono sono tornato a vivere l'emozione del calcio esattamente come quando ero ragazzotto.

Il libro ha l'intento di stimolare quella capacità del calcio di essere una costante metafora dell'esistenza.

Chi pensa che il calcio sia solo un gioco non capisce la sua natura autentica, quella di una vita che si snoda intorno a un pallone che rotola. Ogni partita può essere considerata un paradigma della vita di ciascuno di noi. 

Ha definito questa partita uno spartiacque tra un'idea del calcio romantico e una moderna, segnata dalla pervasività della televisione.

Quel calcio era l'ultima propaggine di un tramonto del calcio romantico. Tutti i calciatori di quella partita sono figli della guerra, Beckenbauer, Muller, Rivera, Mazzola, Boninsegna. Una generazione di giovani che ha vissuto privazioni e povertà, fame, in famiglie che avevano un solo obiettivo: far sentire il meno possibile il peso della mancanza di cibo. Questo è determinante nel capire che quel calcio avesse l'impronta di una generazione che ha visto nell'amore per quello sport una possibilità di riscatto. Ma quello fu anche il primo mondiale in cui la televisione prende possesso del calcio.

La televisione e il potere dell'immagine hanno cambiato l'etica del calcio?

C'è una cosa che si nota guardando le immagini di quella partita: mancano i primi piani. Non si vede mai il volto del calciatore dopo un gol, il suo sorriso, la sua delusione. Non vedi le pieghe nel volto di Boninsegna, non vedi il loro modo di esultare, ignorano le telecamere, soprattutto non le cercano e sono se stessi. Oggi le esultanze dei calciatori sono il più delle volte studiate, vanno alla ricerca di un'inquadratura. Possono apparire dei dettagli, ma è proprio in questo che forse la televisione ha involontariamente provocato un cambiamento anche nell'etica del calcio.

Si tratta di una semplice questione di narcisismo?

Io credo sia accaduto quello che accade nel passaggio dalla radio alla Tv: la prima è sostanza, parola, ci puoi andare coi capelli spettinati e la barba lunga. In Tv conta di più l'immagine che vuoi crearti perché è, in fondo, ciò per cui sei davvero riconoscibile quando qualcuno ti osserva. 

Il radiocronista è la pupilla dell'ascoltatore, è chiamato ad essere quanto più vicino alla verità e allo stesso tempo tenere sempre alta l'attenzione dell'ascoltatore. Praticamente un mestiere in equilibrio tra la cronaca e la creatività.

La creatività è parte del ruolo del radiocronista a patto che lui non dimentichi mai di essere testimone. La realtà non può essere camuffata, non si può raccontare ciò che non c'è. Nessuno più di un radiocronista è vicino a quella definizione di giornalista che diede Enzo Biagi, definendolo "testimone della realtà". Però il radiocronista sa che chi è all'ascolto non ha immagini e dunque le immagini che possono crearsi nella fantasia di chi non vede la partita, appartengono alle capacità di racconto del radiocronista, chiamato a cogliere aspetti che, probabilmente, un telecronista non è chiamato a intercettare. 

Rigore nella cronaca, ma anche emozioni. 

Il racconto delle partite di Nando Martellini, che oggi può apparire vecchio e polveroso, al tempo fu rivoluzionario, grazie all'introduzione di una partecipazione emotiva prima inesistente. A fine partita, per quanto assurdo ci possa apparire oggi, si preoccupò di aver ecceduto, rotto gli schemi, scusandosi. Questo accadde perché veniva dalla radio, dove bisogna dare emozioni perché le immagini non le hai.

Quando si ascolta una radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto si ha sempre l'impressione che in campo stia accadendo qualcosa di cruciale.

Enrico Ameri una volta mi disse che il mio più grande nemico era il silenzio: "Se sei in difficoltà, piuttosto cerca il filo d'erba mosso dal vento, ma non stare mai zitto". Il radiocronista può anche cogliere il filo d'erba. Il telecronista certi dettagli non è chiamato a vederli, è legato alla regia, realizza una didascalia per le immagini, non può raccontare qualcosa che non si sta vedendo. La radiocronaca è anche regia, siamo noi a decidere dove puntare l'occhio e cosa raccontare. 

C'è mai stata una sorta di rivalità tra radiocronaca e telecronaca, o sono due cose completamente diverse come calcio e calcetto?

Tutta la prima generazione di telecronisti passò per la radio, da Carosio a Pizzul. Potrei sbagliarmi, ma credo che noi radiofonici non abbiamo mai provato invidia per la televisione e io, personalmente, non ho mai desiderato farla, mi è capitato per richiesta dell'azienda. Non ho mai avvertito la presunta superiorità o maggiore popolarità della televisione rispetto alla radio. Ho invece colto sempre la grande differenza tra i modi di raccontare, sono due lavori completamente diversi e di eguale dignità. Con alcune differenze…

Quali?

Ad esempio che il radiocronista ha bisogno di un bagaglio lessicale molto più ampio del telecronista. Ma di recente noto anche una cosa, ovvero che lo stile in evoluzione del racconto televisivo si stia sempre più avvicinando a quello radiofonico.

In che modo?

Oggi percepisco che i telecronisti utilizzino una marea di parole. Questo mi fa pensare che, malgrado il trionfo della televisione, l'emozione trasmessa da una voce alla radio non abbia pari. Forse la mia è un'illusione, ma mi piace pensarlo. Ci tengo a precisare che non è una critica ai giovani colleghi telecronisti, anzi dico sinceramente che la media qualitativa della telecronaca contemporanea sia altissima.

Se dovesse sintetizzare la differenza tra i due mestieri in un'immagine?

Quando parlo ai ragazzi dico sempre di immaginare una fotografia in prima pagina di giornale. La didascalia che l'accompagna e che menziona i dettagli di quella foto è la telecronaca, mentre la radiocronaca è la descrizione di quella fotografia. Deve fartela vedere, quella foto, dirti tutto di lei anche se tu non la stai vedendo. 

La Serie A riparte dopo la pandemia e da settimane si parla di una diretta gol in chiaro e soluzioni varie per evitare assembramenti. Ma Tutto il calcio minuto per minuto non sarebbe la soluzione?

La radio ci sarà per tutti, soprattutto per chi non potrà vedere la televisione e qui potremmo aprire una discussione rispetto al fatto che il calcio, una volta di tutti, oggi rischia di diventare uno sport d'élite se si considera che non tutti possono permettersi un abbonamento da 80 euro al mese. Però è del tutto evidente che sarebbe un errore storico pensare che in tempi di televisione come questi sia possibile cancellarla. Non è una soluzione percorribile.

Non morirà così come non è mai morta la radio.

In questi anni ho sentito più volte profetizzare la fine della radio, ma non è accaduto. Non farà i 25 milioni di ascoltatori che avevamo noi all'inizio, ma i 3-4 milioni li fanno sempre. Uno zoccolo duro importante. 

Perugia-Juventus del 2000, Inter-Bayern Monaco del 2010, Italia-Francia del 2006. Mi fa una classifica di queste tre partite che ha raccontato con la sua voce?

Sono tutte e tre meravigliosamente belle. Naturalmente il sogno di ogni radiocronista sportivo è quello di gridare "campioni del mondo", cosa che prima che a me era successa solo a Carosio e ad Enrico Ameri, mentre Sandro Ciotti non aveva avuto la stessa fortuna nel 1994. Ma ricordo anche la grande emozione della vittoria della Champions dell'Inter, perché appartengo alla generazione che oggi piange Mariolino Corso e che imparava a memoria la formazione della grande Inter. Trovarmi con un altro Moratti presidente e raccontare con la mia voce quella vittoria è stato bellissimo. Poi naturalmente c'è l'aspetto del tifo. Io sono laziale, lo sanno tutti, andavo in curva prima di iniziare a fare quel mestiere e per me fu come realizzare un sogno il poter pronunciare le parole "Lazio campione d'Italia". 

Essere tifosi è quindi compatibile con una carriera da giornalista sportivo?

Un giornalista non può essere tifoso, ma non si può immaginare una persona che diventi giornalista di calcio se non è prima stato un tifoso. 

Lei non diceva mai "gol", ma sempre "rete". 

Una scelta personale che non era legata ad altro se non alla convinzione che, radiofonicamente, la rotondità e la sonorità della parola ‘rete' alla radio non avesse paragone con il suo equivalente inglese. Gol rimane in qualche modo in gola, rete è semplice, immediata, si pronuncia bene e si adatta all'urlo del radiocronista. 

La radio resta uno strumento di conservazione della lingua.

Di conservazione e arricchimento, mi permetto di dire. Perché il radiocronista deve avere questa possibilità, conoscere tante parole. Sandro Ciotti me lo diceva sempre: "Zaino immaginario sulle spalle, Riccardo, dentro mettici tante parole, più ce ne metterai più sarà giusta quella che utilizzerai al momento di pronunciarla".