Tra gli sport nazionali più praticati in Italia c'è, puntualmente, ogni anno, la disciplina dello sfottò a raffica alla cerimonia televisiva dei David di Donatello. Per anni i David sono stati teatro di momenti di imbarazzo, culminati con l'epocale sequenza in cui Paolo Ruffini dà della "bella topa" a Sophia Loren, momento meritatamente destinato ad entrare nella storia della televisione ("non me ne pento, era un complimento", commentò il conduttore e attore toscano qualche anno dopo). Molte le edizioni trasmesse in differita, registrate, con collocazioni televisive che restituivano la chiara percezione dello scarso interesse di cui l'evento godesse al di fuori del mondo degli addetti ai lavori.

A ridare lustro alla manifestazione in un'ottica più internazionale era stata Sky, con le due edizione condotte da Alessandro Cattelan attraverso le quali c'era stato il tentativo di intercettare una ritrovata passione, anche a queste latitudini, nei confronti della cerimonia televisiva per eccellenza, ovvero gli Oscar. E la stessa Rai, nel riportare a casa i David dopo due anni di distacco, aveva dato impressione di voler continuare nel solco di un evento televisivo rivitalizzato, da sostenere.

Per farlo si è scelto di affidare la kermesse al metronomo Carlo Conti, che veniva da tre Festival di Sanremo fortunatissimi, e che è giustamente considerato il conduttore per eccellenza del servizio pubblico. Il risultato è un evento che non soddisfa a pieno l'opinione pubblica. Twitter e Facebook non sono lo specchio della realtà, certo, ma bastava affacciarsi sui social durante la sera dei David di Donatello 2019 per capire che il sentiment nei confronti della cerimonia non era dei più favorevoli.

Con il ritorno in Rai i David di Donatello sembrano aver ritrovato quell'incapacità di affrancarsi dall'alone di provincialismo tutto italiano che caratterizza la resa televisiva di questo genere di eventi. Provincialismo, questo va detto, che è figlio di un evento concepito come un calco della cerimonia organizzata dagli Academy Awards: i David sono gli Oscar italiani.

Si potrebbero fare molti discorsi sulla boria, la spocchia con cui un certo tipo di pubblico si approccia a giudicare eventi come ai David, così facendo atterreremmo direttamente all'attualissima questione del rapporto tra alto e basso, del conflitto tra élite e popolo. Ma volendo rimanere coi piedi per terra, più che Carlo Conti in sé e il mito americano, il problema di un evento come i David sembra risiedere nella connaturata inadeguatezza della Rai rispetto a questo genere di eventi.

Inutile girarci attorno: il servizio pubblico ha smesso di parlare alle generazioni più giovani per molti anni producendo un distacco, un vuoto di fiducia che si traduce in una forma di ostilità a prescindere non appena viale Mazzini provi a mettere il naso fuori dal recinto nel quale l'azienda si è chiusa per molti anni. Ed è come se questo scollamento tra la Rai e un certo tipo di pubblico trovasse nei David la sua massima espressione, trattandosi di un evento che mette insieme mondi per molti anni percepiti come distanti e che distanti non dovrebbero essere.

Non si può negare che in Rai da tempo qualcosa si muova, che ci siano dei tentativi di svecchiamento in atto, con risultati altalenanti. Il lavoro da fare per colmare quel vuoto è ancora tanto, ma c'è ancora tempo?