Si muove dietro le quinte ed è considerato il deus ex machina del Collegio. Non lo vediamo mai in volto, ma di fatto è lui il direttore d'orchestra di questa macchina eccellente che da anni regala soddisfazioni a Rai2 e che dopo cinque edizioni continua a confermarsi uno dei fenomeni televisivi più interessanti degli ultimi anni. Luca Busso è il capo progetto al Collegio e in occasione dell'ultima puntata di questa stagione gli abbiamo chiesto di raccontarci il programma dall'interno, il dietro le quinte che tante attenzioni e curiosità ha attirato in questi anni.

Luca, tu sei la mente del programma, ci spieghi esattamente come nasce Il Collegio?

C'è una parte preparatoria del programma, durante la quale si decide l'anno di ambientazione e, contestualmente, lo scheletro della trasmissione, con tanto di orario delle lezioni e caselline, proprio come a scuola. Dopodiché, discutendo con i professori e facendo loro delle proposte, strutturiamo il programma scolastico. Qui proviamo a capire come poter rendere televisive le lezioni, come trovare il gancio per far esprimere i ragazzi stessi. 

Questa fase precede i casting?

Sono cose che avvengono in contemporanea, scegliamo i ragazzi mentre immaginiamo il programma. Diciamo che l'impianto delle lezioni viene studiato escogitando trovate che possono essere quelle di abiti particolari se la lezione riguarda un determinato momento storico, o anche delle attività da far fare ai ragazzi per generare delle dinamiche. Poi, ovviamente, nella pratica cambia tutto. 

Ovvero?

Ogni cinque minuti ciò che avevi pensato viene ribaltato. Resta quell'ossatura di base, dall'ingresso di nuovi ragazzi al bidello che viene presentato nella seconda puntata, ma a parte questo canovaccio, sono le reazioni a questi stimoli dei ragazzi a fare il programma. 

La curiosità di tutti è capire che rapporto ciò che accade e ciò che noi vediamo in Tv, dopo i tagli e il montaggio.

È ovvio che la scaletta vera del programma viene fatta contemporaneamente a un grande lavoro di post produzione. Di base io guido tutto il corpo docenti e parlo con loro, dandogli indicazioni, ma ai ragazzi io dico sempre una cosa al momento dell'ingresso: qui è come giocare a guardie e ladri, non è detto che il Collegio abbia ragione e voi torto, se c'è qualcosa che non vi va ditelo. Non abbiamo mai detto ad un ragazzo di fare qualcosa, ma creiamo le condizioni affinché faccia qualcosa. È un gioco di scacchi, a volte fanno ciò che ti aspetti, ma spesso ti prendono alla sprovvista. 

Ad esempio?

In questa edizione, dopo la prima settimana in cui tutti i ragazzi sembravano ingestibili, abbiamo deciso di fare questo test di verifica. A quel punto tutti ci hanno detto che non avevano intenzione di farlo e noi non lo sapevamo. Tu sei lì tranquillo e uno dà del pervertito al professore, che si arrabbia davvero, come nel caso di Maggi. Pur essendo liberi di fare ciò che vogliono, se ne assumono anche le responsabilità. 

Molti si chiedono quanto la conoscenza programma da parte dei ragazzi incida sui loro comportamenti.

Solo dalla prima alla seconda, perché da lì in poi è stato tutto uguale. Poi è vero che quando vieni lì, pur essendoti fatto i tuoi conticini, devi vivere davvero un mese lontano da casa, creare i tuoi rapporti, cercare di star bene. Chi fa più calcoli peggio fa, per un mese non reggi un'immagine costruita. E d'altronde noi cerchiamo di prendere le persone più schiette. Magari vengono tutti per i follower ma me ne frego, prendo quelli che hanno qualcosa da dire. 

Insomma, nella scelta dei ragazzi prevale la spontaneità, ma non l'eccesso. 

Mettersi davanti alla telecamera fa emergere la sostanza dei ragazzi, lo capisci subito chi finge e chi no. 

Quindi come li selezionate gli alunni del Collegio?

Innanzitutto non cerchiamo mai una cosa uguale all'anno prima. C'è un bilanciamento tra i ragazzi, i più bravi e i meno bravi, ma anche nel cercare la secchiona, ci siamo resi conto di aver trovato grande diversità: Maggy Gioia e Sofia Celio hanno in comune solo l'essere brave a scuola, le loro personalità sono completamente differenti. Bisogna essere aperti ad ascoltare, a capire come cambiano i ragazzi, essere attenti a chi ha qualcosa da raccontare e voglia di mettersi in gioco.

L'anno in cui è ambientato il programma incide sulla scelta dei ragazzi?

Diciamo che se troviamo un carattere in linea con lo spirito del tempo ci piace. Ad esempio nel '68 cercavamo una come Nicole Rossi, l'elemento ribelle che sapesse portare avanti un discorso di rivoluzione. Quest'anno, essendo nel '92, ci siamo detti che se avessimo trovato qualcuno un po' grunge e appassionato di rock, lo avremmo preso. 

Il successo italiano del programma è enormemente superiore a quello avuto negli altri paesi. Da cosa dipende secondo te?

In Inghilterra hanno dato molto spazio alla didattica, mentre quella spagnola è un'edizione estremamente casinista, un po' eccessiva come molte cose degli spagnoli in Tv. La verità, però, è che noi siamo andati avanti, arricchendo il format e inventando cose nuove. Questo è un format che ha possibilità di essere plasmato, talvolta andando anche a forzare un po' la mano. L'inserimento di un bidello, ad esempio, è un caso. Mi colpisce il fatto che i ragazzini spesso concepiscano il Collegio come una miniserie e basta, non come il Grande Fratello: che sia vero o finto è irrilevante. 

Però tanti si chiedono se i ragazzi recitino o meno. 

Ma sarebbero troppo bravi a recitare se lo facessero, avrebbero una strada già segnata nel mondo del cinema. È chiaro che rispetto ad alcuni comportamenti dei ragazzi bisogna rendersi conto che noi dobbiamo pilotarli, spingerli leggermente, senza inquinare la loro identità. 

In quanti lavorate al programma?

Esclusi ragazzi e professori, saremo una settantina. 

Tu dormi in Collegio?

Non più da quest'anno, quando eravamo al Celana sì. Nel nuovo istituto di Anagnila struttura non si prestava.

Come mai avete scelto di cambiare sede? 

Diciamo che noi abbiamo girato in un periodo Covid rischioso e il convitto vecchio era a Bergamo, epicentro dell'epidemia. Spostarsi nel Lazio dove il contagio era molto ridotto ci ha fatti stare più tranquilli, al netto di tutti i protocolli di sicurezza che abbiamo rispettato sempre. 

Contate di tornare a Bergamo in futuro?

Questo non lo so, non posso nemmeno escluderlo.

Inevitabile chiederti se ci sarà una sesta edizione del Collegio.

Se lo sapessi lo direi. Ma credo di sì visto il successo, credo sia diventato il programma di punta su Rai2 e il fatto che sia in grado di fare numeri del genere sui ragazzi è un dato di fatto. 

Il Collegio è ormai un fenomeno generazionale. Ti aspetti che possa diventare una base per altri progetti televisivi di Rai2?

Io più che su Rai2, proporrei le lezioni su RaiPlay. Si tratta di spazi molto interessanti e magari potrebbero avere spazio. Di costole poi ne possono nascere tante e basti pensare che Nicole Rossi e Jennifer Poni hanno fatto Pechino Express. 

I professori e i sorveglianti, come in una scuola vera, stanno diventando le colonne del programma. Non c'è il rischio che diventino schiavi del personalismo?

Io penso che i protagonisti del Collegio, senza nulla togliere ai professori, siano i ragazzi. Lo dico sempre ai docenti, che pure hanno personalità e sono bravi: noi siamo lì per raccontare i ragazzi di oggi, messi a confronto con un'altra epoca. Penso che se il programma va avanti e cambia ogni anno è perché sono loro a venire fuori. Dobbiamo raccontare le loro storie, non le nostre, saperle capire e saperle raccontare. 

Del Collegio pare non si sappia nulla, ma in realtà sappiamo tutto. C'è un segreto del programma che puoi raccontarci?

Posso raccontarti un aneddoto che fa capire il rapporto tra gli autori e i ragazzi. Nella prima edizione avevamo appena deciso di mettere in isolamento Adriano Occulto. Lui passa nel corridoio, mi vede e mi dà un cinque dicendomi: "Luca, mi hanno messo in isolamento". Non aveva ancora capito che lo avevamo deciso noi. 

È mai successo che un professore o il preside abbiano espulso qualcuno indipendentemente da voi?

No. Ovviamente ascoltiamo tutti e decidiamo. Se un professore vuole mandare un ragazzo fuori dall'aula perché dà fastidio, può farlo. Ma per cacciarlo o mandarlo dal preside, occorre che lo si decida insieme.