Paolo Brosio racconta la sua conversione a Verissimo. Ospite di Silvia Toffanin nella puntata del 30 marzo 2019, l’ex naufrago dell’Isola dei famosi racconta il periodo più difficile della sua vita. Era all’epoca del successo quando, insieme a Flavio Briatore, decise di aprire il Twiga. Dopo anni di novità positive anche in campo professionale, qualcosa cominciò a girare per il verso sbagliato:

Il Twiga lo aprii insieme a Flavio Briatore, demmo lavoro a tante persone. Da lì cambiò tutto: incendiarono il locale, la mia fidanzata mi lasciò e mio padre morì. La preghiera ti dà la forza di essere saldo, invece in quel periodo mi lasciai andare. Ero abituato ad avere successo. Quando hai così tanta fama e soldi, è facile lasciarsi andare. Quando ci si trova in difficoltà, si cerca di dimenticare con gli eccessi. Ho bevuto, ho fumato le canne, ho provato la cocaina.

La voce che lo ha spinto verso la Bosnia

In quel periodo difficile, scandito da una serie di eccessi, Brosio avverte una voce. Non sa bene se sia stato un segno o solo il frutto della sua immaginazione, ma bastò quell’istante a spingerlo a imprimere una svolta alla sua vita: “A un certo punto ho sentito come una voce che mi diceva: ‘Figlio mio, devi smettere’. Ero a Torino in un hotel e chiesi subito alla reception di indicarmi la chiesa più potente del posto. Lì ho trovato un sacerdote che mi ha confessato e subito dopo ho deciso di andare in Bosnia. Il mio cuore esplodeva dalla chiamata. Negli occhi di quella bambina che pregava il rosario con me ho trovato la luce della vita. Quella bambina l’ho adottata”.

All’Isola dei famosi per realizzare un progetto benefico

È stato proprio l’amore nei confronti dei meno fortunati a spingere Paolo Brosio verso l’Isola dei famosi. Ha resistito alla fame e alle devastanti punture dei mosquitos nella speranza di potere guadagnare abbastanza da riuscire a costruire un pronto soccorso in Bosnia, progetto cui si dedica da anni: “Ho perso 15 chili ma più della fame, che è una sofferenza che riesco a controllare, a farmi soffrire sono stati i mosquitos. A un certo punto, nonostante la motivazione forte di questa mia partecipazione, avevo pensato di mollare. Ho dovuto prendere troppi medicinali. Il fatto strano è che i mosquitos colpivano solo alcuni di noi. Sono rimasto perché con il mio compenso potrò aiutare a realizzare il progetto del pronto soccorso in Bosnia. Per contratto avevo fatto inserire una clausola che mi avrebbe permesso di incontrare un prete una volta a settimana. Purtroppo, non è stato possibile ma mi è stato consentito di assistere ad alcune messe tenute da alcuni sacerdoti per strada. Lì non ci sono chiese. Si fa messa per strada, tra i liquami e i bambini a piedi nudi”.