Vasco Rossi appartiene alla storia d'Italia. Che ci crediate o meno. Non serviva uno speciale televisivo a dimostrare l'enormità di un personaggio che è diventato ciò che è diventato anche e soprattutto perché nessuno avrebbe potuto mai immaginarlo, per quel profilo da scheggia impazzita nel panorama musicale nostrano degli anni Settanta e Ottanta, prima di conquistarlo quel panorama, renderlo il proprio regno.

Non se ne fa una questione di gusti, ma di stima del fenomeno analizzato. Negare oggi l'enormità di Vasco Rossi significherebbe fingere di non vedere l'evidenza, scontrarsi con la realtà, quella in cui sarebbe pressoché impossibile trovare una persona che abbia un'età tra i 25 e i 60 anni e sostenga di non avere un banalissimo ricordo, o sensazione che sia, legati a una canzone del rocker di Zocca.

Il docu concerto di Giorgio Verdelli, "Siamo Solo Noi", andato in onda su Canale 5 il 17 giugno, aveva in tutta probabilità l'intento di dimostrare proprio questo. Far percepire chiaramente che oltre le canzoni c'è qualcosa che per molti si avvicina al mito, ad un sentimento di religiosità – come ha riconosciuto Achille Lauro – che è proprio di quegli essere viventi in grado di stabilire una connessione con le persone insondabile, dalle caratteristiche segrete e per certi versi non umane.

Un docu-concerto, appunto, che metteva insieme musica e parole, quelle di Rossi e di tanti (volti noti e persone comuni) con un personalissimo Vasco-ricordo da raccontare. E che non sia stato un concerto vero e proprio ha fatto storcere il naso a qualcuno tra le migliaia di persone che hanno commentato l'evento sui social, in tempo reale. Ma questa era la forma più efficace e Verdelli, che ormai ha un suo marchio di fabbrica riconoscibile e si impone anno dopo anno come riferimento di un genere televisivo, il documentario televisivo-musicale, ha confezionato una messa (in onda) impeccabile del Blasco, narrando quell'esperienza liturgica quale è un concerto di Vasco Rossi.

Una sfida difficile per lui, considerando anche la necessità di misurarsi con un pubblico diverso da quello che caratterizza Rai2 (che ha trasmesso tutti i suoi principali lavori degli ultimi anni). L'autore e giornalista anche in questo caso non ha perso un certo candore che da sempre lo accompagna, misto a quella sua passione per il racconto delle storie degli altri che è senza partito perché pura, franca, senza opacità.