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Nero Wolfe, Boris e l’enigma Barbareschi

La nuova serie in onda su Rai Uno vive della riunione di una coppia d’attori già rodata sul piccolo schermo e di una raffinatezza stilistica di fondo. Al di sopra della media, Nero Wolfe è condizionata, nell’immagine, dalla casa di produzione che ha alle spalle.
A cura di Andrea Parrella
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A vedere Nero Wolfe (Rai Uno, giovedì, 21:10) si prende una boccata d'aria. A fronte della consuetudinaria scarsezza qualitativa delle fiction Rai, è un risultato non troppo arduo da raggiungere: basta il minimo indispensabile. Nel caso specifico si ragiona in memoria della serie Rai anni '60 con protagonista Tino Buazzelli. Il valore letterario dell'investigatore è monumentale, funzionerebbe in automatico e  Francesco Pannofino ne incarna piuttosto agilmente il tono caustico e la severità bonaria. Pietro Sermonti non è inadatto, ma sembra di certo quello che, dei due, sia stato scelto a posteriori col solo scopo di riprodurre una coppia celebre sul piccolo schermo (a tal proposito, nel suo ruolo di assistente di Nero Wolfe, si fa difficoltà, a non ritornare con la mente al surreale Stanis La Rochelle  che interpretava in Boris). Ciò che riguarda il resto sembra una composizione ordinata e gradevole di personaggi e situazioni osservati con occhio ironico e una certa dose di cinismo.

Non è poco, ma sembra molto più di quanto sia, come già detto, in virtù dei termini di paragone. A fare il solletico all'immaginazione, stimolando sospetto, è chi questa serie la produce, quella Casanova Multimedia di Luca Barbareschi che ha sostanzialmente colonizzato il palinsesto invernale di questa annata di Rai Uno. Ed è un sospetto generato da dispiacere, non da disgusto. Questo perché i prodotti Casanova sono di ottima fattura, concepiti tramite una logica che non sia solo popolare, frutto di un modo poco italiano di fare fiction (giusto per citare Boris). Eppure è inevitabile dubitare sia solo un caso che un complesso produttivo vicino ad un personaggio ben presente nel contesto politico degli ultimi dieci anni, si ritrovi a soggiornare con assidua frequenza nei palinsesti della rete televisiva più politicizzata del nostro paese.

Si sarebbe fatto volentieri a meno di affrontare una tematica così svilente del merito artistico insito nelle sue scelte che la casa di Barbareschi potrebbe vantare.Tuttavia il racconto della vita di Walter Chiari, la vicenda memorabile del maratoneta Dorado Pietri e questo stesso Nero Wolfe, idee raffinate alla base ed anche negli esiti della loro realizzazione, sono ricoperti di un velo opaco, una sorta di patina che non li rende totalmente limpidi. Non si formalizzano accuse particolari, solo una sensazione generata in automatico. Attenuandolo, il detto dice che a pensare male si ha Spesso ragione.

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