Massimo Giletti vive sotto scorta dei Carabinieri già da due settimane. Il provvedimento, firmato dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, è arrivato dopo che il giornalista era stato minacciato dal boss della mafia, Filippo Graviano. Determinante, per la disposizione del provvedimento, è stata l'intercettazione dell'11 maggio scorso in un carcere di massima sicurezza in cui il boss, parlando del conduttore di Non è l'Arena e del magistrato Nino Di Matteo, diceva: «Il ministro fa il lavoro suo e loro rompono il cazzo». Questa intercettazione ambientale del Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria era stata rivelata da Repubblica da Lirio Abate, pubblicata nel libro «U siccu – Matteo Messina Denaro: l’ultimo dei capi».

La reazione di  Massimo Giletti

Delusione e sconcerto nelle parole di Massimo Giletti che, contattato dal Corriere della Sera, ha fatto sapere: «Sono molto dispiaciuto e non posso dire molto. È obbligatorio, non posso sottrarmi. Solo noto che questo provvedimento della scorta arriva dopo che un quotidiano nazionale ha riportato le parole del libro di Lirio Abate. Perché hanno preso questo provvedimento solo dopo che la notizia è stata pubblicata da un giornale?».

Perché il boss Graviano ha minacciato Massimo Giletti

Nella puntata del 10 maggio di Non è l'Arena, Massimo Giletti aveva dedicato una puntata al provvedimento che aveva rimandato a casa più di 300 boss mafiori per l'emergenza coronavirus. Quella sera, i detenuti al 41 bis erano proprio davanti alla tv a guardare Massimo Giletti. Un interesse alla vicenda, quello del conduttore, che avrebbe infastidito il boss Filippo Graviano. Non è la prima volta che il boss viene intercettato mentre tira in ballo nomi noti della politica o dello spettacolo. Era già successo con Gigi D'Alessio, nel 2017, quando gli diede dell'infame per non aver accettato di andare a cantare per suo figlio; e per Silvio Berlusconi: «Cenavamo insieme», disse.