È un esempio di coraggio e dignità la figura di Manuel Bortuzzo, la 19enne promessa del nuoto la cui carriera è stata stroncata da un proiettile vagante a Roma nella notte del 3 febbraio 2019. Manuel, a un mese da quell’evento che ha cambiato la sua vita, lasciandolo paralizzato, ha rilasciato la sua prima intervista televisiva a Massimo Giletti nel corso della puntata di Non è L’Arena del 17 marzo. “Quando sono uscito dall’ospedale mi sono chiesto in che modo avrei potuto continuare a vivere. Oggi ci rido sopra, sto cominciando a fare tutto da solo” esordisce questo giovane uomo, un testimonial perfetto, così come lo definisce Giletti, della necessità di cambiamento che attraversa il paese tutto.

Il ricordo dello sparo

Manuel ricorda quello sparo e il viso di uno dei due aggressori. Quel colpo di pistola esploso da molto vicino gli fatto temere il peggio: “Non ho sentito le gambe solo nel momento in cui mi hanno sparato. Ho detto subito alla mia ragazza che pensavo mi avessero colpito alle gambe. In quel momento era tutto confuso, poi mi sono risvegliato dopo qualche giorno. Mio padre è venuto a dirmi che non avrei mai più camminato, non  ricordo nemmeno come”.

Le immagini dell’aggressione

Manuel ha accettato di rivedere le immagini dell’aggressione nello studio di Giletti, per un motivo particolare: sperare di recuperare in quegli istanti la cifra esatta della sua disperazione, comunicata dalla necessità di confidare il suo amore alla fidanzata. “Ho voluto rivedere l’immagine dello sparo perché volevo capire se si vedevano le immagini del momento in cui ho detto alla mia ragazza che la amo. In quel momento non sapevo se sarei sopravvissuto, e volevo che lei sapesse che la amo. Per me quel giorno è scandito soprattutto da quel momento”.

Una ragazzata

I due che stavano arrivando in motorino urlavano. Me li sono ritrovati alla mia sinistra, a circa 5 metri, e mi sono girato. Di uno mi ricordo bene il viso. Sono partiti tre colpi, ma io ne ho sentiti due” ricorda Manuel composto, rivivendo quegli istanti. Comprensibilmente forte è stato il timore che tutto sarebbe finito in quel momento e in quel luogo, su una strada romana anonima, senza colpa alcuna:

In quell’istante mi chiedevo come fosse stato possibile, se fosse successo davvero. Lì credevo fosse finita e ho cominciato a pensare a tutto quello che non avevo ancora fatto. Mi dicevo che non era possibile fosse finita già a 19 anni. La mia ragazza era sotto shock. Le dicevo di chiamare Alessandro, un mio amico, ma non ci riusciva. Non piangeva, non respirava, voleva solo assicurarsi che io fossi vivo. Poi è riuscita a telefonare a un mio amico e, appena ha visto sua madre, è scoppiata. Se li incontrassi? Che gli devo dire? Sento dire si sarebbe trattato di una ragazzata. Bravi, ma io sono ancora qua”.