Morelli che imbraccia un mitra, ha il volto insanguinato e l’espressione alla John Rambo. Praticamente: il manifesto de "L’Ispettore Coliandro".
in foto: Morelli che imbraccia un mitra, ha il volto insanguinato e l’espressione alla John Rambo. Praticamente: il manifesto de "L’Ispettore Coliandro".

Ci sono alcuni prodotti televisivi che rappresentano dei pezzi rari, unici. L'Ispettore Coliandro appartiene a questa categoria, per diverse ragioni. Sopravvissuta al problema di essere nata in anticipo rispetto ai tempi che viviamo, in cui il pubblico è ormai addomesticato ad una serialità televisiva diversa e più elaborata, quella dei Manetti Bros. è una primula giunta alla settima stagione, con una nuova serie che partirà su Rai 2 il 14 novembre 2018. E parlare dell'Ispettore Coliandro con Giampaolo Morelli, l'attore che ne veste i panni, racconta un'altra singolarità di questa serie: a un certo punto non sai più se stai parlando con Morelli o con Coliandro. Forse perché lui è bravo a interpretare una parte, oppure – e mi piace pensare sia così – perché Coliandro è diventato parte di lui, o lo è da sempre. Parliamo de "L'Ispettore Coliandro 7" al telefono, un paio di giorni prima della messa in onda.

Sei consapevole che il tuo, forse solo dopo Montalbano e Don Matteo, sia il personaggio più longevo della serialità Rai?

Beh sì (sorride quasi stupito, ndr) c'è anche da dire che noi per 5 o 6 anni siamo rimasti fermi per mancanza di fondi, perché Rai2 in quel periodo non produceva più fiction. Poi quando Tinni Andreatta è arrivata alla direzione di Rai Fiction si è resa conto del grande potenziale che aveva Coliandro, delle proteste che ci furono – Lucarelli dice che Coliandro non ha fan, ma ultras – con lettere inviate alla Rai, posta intasata, il direttore dell'epoca che mi pregava di farli smettere ed io che provavo a spiegargli che non c'entravo niente. Tinni Andreatta quindi riattivò la serie una volta tornati i fondi. Di anni ne sono passati.

Nel cast di questa settima stagione ci sono tante guest, da Francesco Pannofino a Gianmarco Tognazzi, passando per Gué Pequeno ma anche Serena Rossi a Claudia Gerini, che hanno lavorato con te e i Manetti per "Ammore e malavita". Quella vostra, oramai, è una grande famiglia…

Sì, assolutamente. Marco e Antonio hanno questa bellissima prerogativa di lavorare facendo sempre gruppo ed è una cosa alla quale credo molto anche io. Quando si lavora insieme e ci si conosce meglio, ci si sente più liberi artisticamente, per sperimentare e tirare fuori il meglio. Nel creare una bella atmosfera sul set loro sono dei maestri. Poi questo è anche segno del fatto che Coliandro col tempo diventa sempre più icona, quindi "due botte" vengono a dargliele tutti. 

Nota bene: per i neofiti di Coliandro, quel "due botte" non è un gratuito saggio di scurrilità, ma uno dei tanti refrain ricorrenti dell'esistenza di questo antieroe.

In un'intervista a Fanpage.it di qualche tempo fa i Manetti Bros. ci dissero che Coliandro era un personaggio che aveva la presunzione di entrare nel mito, quindi eterno. Anche tu pensi che questo ispettore non possa e non debba cambiare?

Assolutamente sì. Io spesso mi trovo a fantasticare su quanto Coliandro sia un personaggio ancora capace di dare e me lo immagino addirittura prossimo alla pensione, se non addirittura pensionato, che fa indagini per conto suo. Sempre con la stessa vita, irrisolto, scapolo, che ci ha provato e non ha funzionato. Perché Coliandro è quella parte di ognuno di noi, un po' malinconica e solitaria. Anche chi vive in coppia e con una famiglia conserva una sua parte di solitudine, dei momenti di sfiga in cui le cose non girano. E Coliandro è quella parte lì della nostra esistenza, ecco perché tutti si riconoscono. Quindi sono perfettamente d'accordo nel pensare che Coliandro deve continuare ad essere quello che è. Chiaramente invecchiando, perché pure io mi faccio vecchiarello […] E poi sai, un cult non si tocca, deve restare così, immutato. 

Il vostro prodotto, se si vuole, è simbolo e capostipite di una stagione della serialità televisiva Rai. Pensi che Coliandro abbia fatto da apripista?

Ne sono sicuro. La prima stagione di Coliandro rimase in un cassetto per due anni e andò in onda a cavallo di ferragosto per la prima volta, proprio come a dire che era una porcheria da smaltire, che nessuno l'avrebbe vista ma che andava messa in onda perché era stato fatto. Per l'epoca era troppo scorretta, irriverente. Io ricordo che a una manifestazione Rai c'era un momento in cui passavano le clip di tutti i polizieschi Rai tranne che di Coliandro. 

Insomma, vi hanno leggermente boicottato…

Chiaro che era un'altra epoca, una Rai diversa, anche se logicamente c'era chi si rendeva conto del potenziale e chi no. Poi la serie è andata bene, si è fatta conoscere, ma all'inizio il seguito era davvero di nicchia. Diciamo che noi abbiamo preso le mazzate, come tutti gli apripista, che forse ad altri non sono toccate. Va detto che i cazziatoni ce li siamo presi, "ma che linguaggio usate!", "come vi permettete?". Diciamo che ci siamo conquistati e ci hanno lasciato la libertà di fare Coliandro come doveva essere.

Un paio di momenti topici della nuova stagione?

Beh a parte il fatto di dare una capata in faccia a Iva Zanicchi, posso dire che accadranno tante cose. Anche perché Coliandro, come sempre, spazia dall'action al giallo. Nel primo film, ad esempio, Coliandro si allea con uno della Yakuza giapponese, per cercare la sorella di questo tizio di cui si era invaghito. Perché poi la storia è sempre quella, nella vita di Coliandro tutto succede per le donne. 

Nell'ottica di questa romantica eternità del personaggio, replicabile all'infinito, tu immagini che un giorno qualcuno possa essere Coliandro al posto tuo?

Ci ho messo così tanto di mio da pensare che sia un po' difficile. Chiaramente l'ho fatto lavorando sugli scritti di Carlo e sull'idea dei Manetti, però è così personale che è un po' complicato. Anche immaginare una regia diversa mi pare arduo. Ci sono prodotti che si prestano a riedizioni, con altri attori e diversi assetti, Coliandro non credo.