Una volta era noto come "il mercoledì di coppa", perché in fondo era un evento quello del calcio infrasettimanale in televisione. Ora che di calcio ne abbiamo davvero fin sopra i capelli, arriva come una verbena in palinsesto un film come "Dirty Dancing". Un film di quelli che vale la pena rivedere per l'ennesima volta, anche se si è capaci di sostenere il ritmo di tutte le battute dei protagonisti, dei comprimari e fare persino l'analisi logica di tutto quanto c'è scritto sul copione. E allora non ci sono dubbi, il telecomando ha deciso per me e anche tutta la pay-tv è costretta a farsi da parte, contenuti on demand compresi.

Siamo tutti vittima dell'effetto nostalgia? Probabile. Perché "Dirty Dancing" serve un po' anche a questo. Quante volte abbiamo rivisto la soggettiva di Baby, cocomero alla mano, e la carrellata di corpi stretti e avvolti nei balli proibiti. Quella sensazione di stupore, inadeguatezza e curiosità che tutti nella vita abbiamo provato almeno una volta. Un film solo all'apparenza leggero, che molti credono intriso di retorica, e forse è vero, ma è una retorica della quale c'è sempre bisogno, soprattutto in momenti storici un po' grigi come quelli che stiamo vivendo.

Perché, a prescindere da qualsiasi battuta cult, dalla fantastica coreografia finale al ritmo di "The time of my life", ciò che rende "Dirty Dancing" un film squisitamente buono è il suo essere al di sopra di ogni falso moralismo. È qualcosa di più dell'amore, del sesso e della passione della danza. È un film che poggia su due estremi: l'altruismo di Baby, quello mostrato nell'aiutare Penny, e la sua volontà di indipendenza. Nel mezzo, c'è tutto il resto che è caro dell'adolescenza, compreso il finale in cui si comprende che nulla è eterno nelle emozioni di una estate. Guardare "Dirty Dancing" è il mio, e sono certo anche il vostro, piacere "proibito".