Due anni fa Rete4 annunciava una svolta interessante che proiettava la rete in un'ottica di approfondimento informativo. Obiettivo, più o meno dichiarato, quello di occupare quello spazio che La7 stava monopolizzando. Operazione complessa, con un cambio di identità radicale che richiedeva tempo, dai risultati non proprio esaltanti nei primi mesi, se si considera l'addio precoce di Gerardo Greco al Tg4, e l'accoglienza timida del pubblico, Piero Chiambretti compreso. Poi Rete4 ha trovato il suo uomo: Mario Giordano.

Il giornalista è il miglior interprete della fase di trasformazione della rete Mediaset. La sua trasmissione, Fuori dal coro, partita in sordina come un progetto preserale, dopo alcuni mesi è passata in prima serata, riuscendo a farsi strada in un giorno complesso come il martedì, finendo per eguagliare e poi superare gli ascolti della concorrenza di Floris con DiMartedì e Berlinguer con Cartabianca. Numeri che fanno da traino anche per gli altri volti del talk politico di prima serata di Rete 4, Paolo Del Debbio e Nicola Porro.

Giordano, lo ami o ti irrita

La riuscita di Giordano non sta solo nei numeri, ma nella percezione del programma, diventato una specie di cult benedetto da Blob e dai creatori di meme sui social network. Il giornalista rompe i codici tradizionali, stravolge la grammatica televisiva, distrugge zucche con una mazza, rompe muri di cartapesta, irrompe in studio in monopattino protestando contro i bonus del governo per l'acquisto di bici elettriche, entra in scena a luci spente, con tanto di torcia, per accusare Conte di aver lasciato gli italiani nel buio. Più che innovazione di linguaggio, la sua è una ricerca spasmodica dell'eccesso che diluisce l'indignazione in una risata. Quelle che sembrano follie, uscite scomposte e al limite con il ridicolo, sono in realtà trovate con l'obiettivo ben preciso, e nemmeno tanto nascosto, di essere esche per un pubblico che difficilmente cambia canale. Se premi il 4 è per restarci, altrimenti non lo pigi e basta. Perché a Giordano sta riuscendo di diventare divisivo, qualità rara nel mondo della televisione.

Dalla visione moderata e rigorosa in chiave informativa inizialmente annunciata da Mediaset per Rete 4, Giordano si è fatto interprete, e probabilmente fautore, di una svolta netta, una virata del talk show politico verso le grida, i monologhi eclatanti e dal retrogusto grottesco, accenni di populismo da bar (vedi il caso Feltri e i meridionali, per il quale Giordano si è poi scusato) e posizioni estreme, nette che, piacciano o no, stanno dando una identità precisa a Rete4. La riconosci.

La crisi del talk dopo il tramonto di Berlusconi

L'ex direttore di Studio Aperto ha capito perfettamente come intercettare una tendenza del tempo che viviamo, il trend politico e il pubblico al quale parlare, che raramente aveva trovato voce in un talk show di approfondimento politico. La questione va infatti a innestarsi nella tradizione di questo genere televisivo in Italia, che quando ha lasciato il segno lo ha fatto perché guardava a sinistra, anche e soprattutto grazie alla presenza dello spauracchio berlusconiano e di luoghi televisivi che si proponevano allo spettatore come zone franche in cui il bene potesse trionfare contro quello stesso spauracchio.

Il nuovo ordine

Non è un caso che il sostanziale tramonto politico del cavaliere abbia coinciso con una crisi identitaria del talk show. La politica ci ha messo un po' a ritrovare un assetto in cui emergessero nuove ossessioni e su queste, si chiamino Salvini o Renzi, sardine o Conte, si fonda il nuovo talk politico. Il quadro contemporaneo non contempla divisioni nette e non c'è un solo avversario, lascia spazio a contenitori il cui scopo è quello di incamerare malcontento, rabbia cui dare un volto: quello inusuale di Mario Giordano.