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23 Luglio 2021
08:00

Katia Serra a Fanpage.it: “Per il calcio ho rinunciato alla famiglia, ma le donne meritano di più”

“Passione, coraggio e resilienza” sono gli ingredienti che hanno permesso a Katia Serra, prima telecronista a raccontare in Rai una finale della Nazionale, di farsi strada nel mondo dello sport, che finora ha lasciato ben poco spazio alle donne: “Mi piacerebbe che una donna non fosse più costretta a scegliere tra la sua vita privata e professionale”. Così com’è stato per lei che ha dovuto fare non poche rinunce: “Stavo per farmi una famiglia, solo oggi ho trovato la mia serenità”.
A cura di Giulia Turco
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Katia Serra è la prima donna ad aver commentato in Rai una finale della Nazionale di calcio. L'emozione di Wembley dello scorso 11 luglio è ancora fresca e, raggiunta da Fanpage.it, la telecronista ed ex giocatrice racconta la soddisfazione di una doppia vittoria: quella degli Azzurri, che hanno strappato la coppa degli Europei all'Inghilterra, e la sua personale, una tappa verso l'emancipazione femminile nel mondo del calcio. "Passione, coraggio e resilienza" sono gli ingredienti che le hanno permesso di farsi strada in un contesto, quello dello sport, che finora ha lasciato ben poco spazio alle donne: "Sarebbe bello che una donna non dovesse più scegliere tra la carriera e la sua vita personale. In questo senso il mondo dello sport è il più penalizzato".

Katia, ora che i riflettori di Wembley si sono spenti, che cosa ti resta di quella serata e che cosa è successo in questi ultimi giorni? Immagino l'emozione di aver avuto, da donna, un ruolo importante come commentatrice tecnica della partita. Non capita spesso.

È stato un privilegio e un onore esserci. Quella vittoria rappresenta qualcosa di unico, che neanche immaginavo fino ad una settimana prima. Da quel momento per me è iniziato un periodo molto stimolante, non solo perché ho ricevuto tanti attestati di stima, ma anche perché ho avuto modo di far capire, a tutti coloro che ancora non lo sapevano, che anche una donna può spiegare il calcio. È stata una grande opportunità e i riscontri ci sono stati. La vivo come un successo personale e collettivo, è qualcosa che sta aprendo un nuovo fronte.

La notizia della tua chiamata nei panni di commentatrice tecnica ha fatto inevitabilmente discutere. Un evento unico che è stato accolto con entusiasmo, ma non solo. Hai raccontato tu stessa di aver ricevuto anche diverse critiche. Te lo aspettavi?

Me lo aspettavo certo, ero molto preparata a tutto, critiche comprese. Faccio questo mestiere da oltre 10 anni ed era già capitato anche per eventi di portata inferiore di ricevere commenti in negativo. Una reazione, nel bene o nel male, l'avevo messa in conto e quindi ci sono arrivata con grande serenità, non era niente di nuovo che mi potesse spaventare o turbare.

Cosa ti è stato contestato, se posso chiedertelo? Il semplice fatto di essere una donna al microfono?

Le critiche le ho vissute attraverso i social e onestamente non voglio dare enfasi a certe esternazioni. Ne ho ricevute molte sulle mia voce, che non so nemmeno come siano nate, ma non ha importanza. Le critiche costruttive le ho ascoltate con attenzione perché rispetto le idee di tutti, quelle pretestuose le ho lasciate perdere, non sono di aiuto. Quel che conta è che dal vivo ho ricevuto solo apprezzamenti, ben oltre le mie aspettative.

La tua tenacia ti ha portato a grandi soddisfazioni da giocatrice. Poi, una volta messo da parte il pallone, ti sei avventurata nel mondo delle telecronache, un terreno altrettanto insidioso. Per una donna è più dura emergere in campo o in tv?

Il contesto è difficile a prescindere, perché siamo ancora poche che praticano il calcio e pochissime che lo raccontano in tv. Io ho sempre avuto la passione per questo sport, ma ai miei tempi era vietato il calcio misto e non esistevano settori femminili, quindi mi accontentavo di giocare in cortile con gli amici. Ho praticato altre discipline, il basket, l'atletica con ottimi risultati, ma il calcio lo sentivo cucito addosso. A 13 anni ho debuttato in serie B nazionale con il Bologna, puoi immaginare la pressione che una bambina di quell'età poteva avere. Ma era l'unico modo per giocare e in questo la mia famiglia mi ha sostenuto, era sempre presente. Alla mia generazione sono mancati i modelli di riferimento, noi siamo andate avanti per passione coraggio, resilienza, ma non senza rinunce. Sarebbe bello che una donna non dovesse scegliere tra il calcio e la vita personale…

È stato questo il tuo caso?

Assolutamente. Ad un certo punto stavo per mettere su famiglia, ma sapevo che nel calcio non giravano soldi e non sarebbe stato possibile. Così ho dovuto fare una scelta. Ormai sono passati più di 20 anni. Ora sono serena e realizzata anche nella mia vita personale e familiare, ma mi sarebbe piaciuto non doverci rinunciare nemmeno allora. Se da un lato ci sono donne come me che hanno anteposto il calcio come scelta di vita, ce ne sono altrettante che ad un certo punto hanno scelto la famiglia. Il mondo dello sport in questo senso è penalizzato e le nostre politiche non aiutano. Mi piacerebbe che oggi una donna non fosse più costretta a scegliere tra la sua vita privata e professionale.

Lo sport in tv è abituato a uno stereotipo di donna con determinati canoni fisici e un profilo che spesso e volentieri presta il fianco al gossip. Credi che certi modelli siano un ostacolo alla professionismo femminile? Quanto conta la bellezza in questo mestiere?

Ognuno indossa il vestito che sente più suo. Io ho sempre creduto che le competenze debbano venire al primo posto, poi se una donna è anche bella ben venga. È un peccato quando la competenza viene mortificata dalla mancanza di una presunta avvenenza, ma in caso contrario un aspetto non esclude l'altro. Pensa che nel 2003, ai tempi in cui giocavo nella Lazio, mi proposero di fare un calendario. Rifiutai, perché erano più interessati a mettere in mostra il mio corpo che al mio ruolo di calciatrice. Uscì persino un articolo su La Gazzetta dello Sport: "Serra preferisce gli assist alle passerelle". Puntare sull'estetica mi ha sempre imbarazzato.

Non sei la prima donna nel mondo dello sport ad aver parlato a chiare lettere di un contesto maschilista. Risulta quasi difficile credere che nel 2021 sia ancora tale. Non siamo pronti culturalmente ad accogliere il talento delle donne nello sport?

È un problema di cultura a carattere generale, non solo nello sport. L'emancipazione della donna in ambito professionale per fortuna esiste e ci sono tanti esempi positivi. Negli ultimi anni ci sono stati passi in avanti, ma è solo l'inizio di un percorso. La normativa che disciplina lo sport in Italia risale al 1981: necessita di una riforma urgente perché il talento non si disperda. Il numero delle praticanti donne oggi è aumentato tantissimo, ma mancano di diritti. Le bambine di oggi necessitano lo stimolo per diventare le campionesse di domani.

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