Donatella Finocchiaro è la protagonista della docufiction di Francesco Miccichè Io, una giudice popolare al maxiprocesso, in onda giovedì 3 dicembre. Con un flusso sapiente che alterna fiction e filmati di repertorio, Rai1 racconta la vera storia del processo dello Stato a Cosa Nostra. L'attrice interpreta Caterina, un'insegnante sorteggiata per ricoprire il ruolo di giudice popolare. Donatella Finocchiaro si è raccontata su Fanpage.it.

Nella docufiction interpreta Caterina, un'insegnante sorteggiata per fare il giudice popolare nel maxiprocesso a Cosa Nostra. 

Sì, Caterina rappresenta le tre vere giudici popolari del maxiprocesso Francesca Vitale, Teresa Cerniglia e Maddalena Cucchiara, che hanno accettato questo incarico mentre tantissimi prima di loro hanno presentato il certificato medico. Certo, hanno dovuto fare i conti con la loro paura. Era normale averne, visto che la mafia in quel periodo uccideva per le strade di Palermo centinaia di persone: giudici, magistrati, poliziotti e giornalisti.

Cosa ha fatto scattare in loro la molla del coraggio?

In una scena Caterina dice: “Io come faccio a dire di no, parlo di mafia ai miei ragazzi a scuola tutti i giorni. Parlo della lotta a questo mostro, a questo cancro. Non posso dire di no”. Ecco, accettare significava avere senso civico.

Anche lei come Caterina è una madre, al suo posto cosa avrebbe fatto?

Credo che avrei accettato, però devo ammettere che non sono una donna coraggiosa. Non sono una che affronta le cose con coraggio. Per niente. Sono abbastanza paurosa, ma sono cresciuta in una famiglia con un padre che mi parlava costantemente dello Stato, del senso civile, dell’educazione civica, della società, della politica. Quindi credo che avrei accettato, anche per quel senso di giustizia che mi accompagna fin da bambina.

Una delle scene più intense della docufiction è quella in cui Caterina, in piazza, urla "La mafia mi fa schifo".

Eravamo tutti in lacrime alla fine della scena. Trovo sia importante, forte, potente gridare no alla mafia in una pubblica piazza. Caterina stava rischiando la sua vita, la sua famiglia, tutto, ma si sentiva lo sguardo della gente addosso: "Guarda quella che ora si sente giudice, chi si fa i fatti propri campa cent’anni". Essere fraintesa dal paese in cui vive, Cefalù, per lei è una sofferenza. Sbattere in faccia questo no, urlare che la mafia fa schifo in una piazza dove le persone la spiavano da dietro le finestre, è una liberazione.

Ha girato delle scene sia nella vera aula bunker che nella camera della morte.

Nell’aula bunker c’ero già stata nel 2009. Anche se sono passati tanti anni, l’energia di quello che è successo, il ricordo, la memoria, le vibrazioni di quel posto restano. Fa impressione entrare nell'aula e pensare a quei mostri che erano nelle gabbie e mangiavano i chiodi, cucivano le labbra e attuavano altri mezzucci infimi per procrastinare e ritardare il processo. La camera della morte, poi, è un altro posto agghiacciante. Fa orrore pensare che ci sono degli esseri umani in grado di scuoiare e sciogliere nell’acido altri esseri umani.

Ha conosciuto di persona le vere giudici popolari del maxiprocesso?

No, però ho avuto modo di ascoltare tutta l’intervista rilasciata da Francesca Vitale, registrata dal regista. Quindi ho preso spunto un po’ da lei.

Le giudici subirono delle ritorsioni e questo aspetto è stato raccontato anche nella docufiction.

Certo che sì. C’è una scena in cui Caterina trova distrutto il negozio del marito che fa l’antiquario. Fatto realmente accaduto a Francesca Vitale. Un’altra scena molto intensa è quella in cui l'auto su cui viaggiano si ferma a causa di una banda chiodata posizionata per strada. A Caterina, il mio personaggio, viene un attacco di panico. Anche questo è successo veramente. È tutto reale. La docufiction è aderente a come sono andati i fatti, è solo un po’ romanzata. Caterina raggruppa tutte le cose che sono successe ai giudici popolari, è un misto di tutte le storie.

Il maxiprocesso si è tenuto dal 1986 al 1987. Lei aveva 16 anni. Conserva qualche ricordo?

Purtroppo no perché ero ancora un'adolescente. Pensavo ad altro. Però ho il ricordo dei racconti fatti da mia zia. Ho avuto uno zio carabiniere e una zia che lavorava in tribunale, proprio nei processi di mafia. Ricordo, ad esempio, quando nel 1982 venne assassinato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Mio zio lo conosceva, lo vedeva spesso arrivare a Palermo nell’ufficio dove lavorava. Aveva una grande stima nei suoi confronti. Quel giorno l’ho visto piangere. Vedere questo eroe ucciso dalla mafia e mio zio piangere è stato uno shock. Ho avuto paura e lì la mafia è entrata nella mia vita. E poi è entrata un’altra volta negli anni '90.

Cosa è successo?

Ho visto la paura di mio padre e di mia madre quando la porta della loro fabbrica è stata divelta con la fiamma ossidrica e tutti i macchinari sono stati distrutti. Mio padre non aveva pagato il pizzo. Vedere questo da ragazzina è stato agghiacciante. Ancora porto i segni di quella paura. Sono traumi che restano.

Quale messaggio vorrebbe che arrivasse forte e chiaro agli spettatori dopo la visione della docufiction?

Che non basta ricordare Falcone e Borsellino durante le ricorrenze, la lotta alla mafia va fatta tutti i giorni. La guerra contro questo cancro della società è ancora in atto. La mafia ha ancora un potere subdolo. Non ammazza più le persone per strada, ma uccide i nostri ragazzi con la droga. Credo che il messaggio più importante sia il no alla mafia, quell’urlo: "A me la mafia non piace, a me la mafia fa schifo".