Tra le novità della quinta edizione del Collegio c'è il sorvegliante Massimo Sabet, che da questa stagione affianca Lucia Gravante in un ruolo complesso, molto diverso da quello degli insegnanti. Una domanda che imperversa riguardo al docureality di Rai2 è: i ragazzi e i professori recitano? Una cosa è certa, i sorveglianti sì. Ce lo aveva spiegato proprio Lucia Gravante e Sabet ce lo conferma nell'intervista che ha rilasciato a Fanpage.it nei giorni scorsi.

Sei un esordiente al Collegio, ma ci entri quando il programma è già un fenomeno generazionale affermato. Qual è stato il tuo approccio?

L'approccio è stato condizionato da un po' di agitazione. Va detto che ho creato un personaggio, perché il sorvegliante di base non esiste, mi vesto così solo per i funerali, i matrimoni e per fare il sorvegliante, non uso mai giacca e cravatta. Ho dovuto imparare le dinamiche del programma, nel senso che lì non c'è un'entrata in scena, si inizia e si finisce dopo 8 puntate, ovvero dopo un mese. È tutta improvvisazione, non esiste un secondo ciak e per questo è una prova attoriale estremamente interessante.

Non sembri una persona severa, mentre il tuo personaggio lo è per forza di cose.

Nel video di presentazione io dico ai ragazzi: "Dovete decidere se sarò un vostro amico, oppure il peggiore di vostri nemici". Avevo la gamba destra che mi tremava mentre lo dicevo, chiedendomi se effettivamente i ragazzi avrebbero compreso o meno la mia agitazione, invece alla fine hanno creduto alla mia severità. 

Tu e Lucia Gravante siete i soli due attori che interpretano dichiaratamente un ruolo. 

È così e non è semplice, anche perché a un certo punto subentra la necessità di ridere. I primi dieci giorni non l'ho mai fatto, per non dare confidenza e tenere il punto con i ragazzi. Quando arrivava la fine della giornata andavo davanti allo specchio a ridere, indicativo del fatto di dover entrare nel personaggio. Per i professori magari si tratta di imparare una tecnica, ma è diverso. Si tratta di un'esperienza che accomuna noi sorveglianti e il bidello, anche lui un attore.

Tu nella vita in realtà reciti e insegni recitazione. 

Sì, io sono un attore e insegno recitazione e infatti avevo mandato il provino per fare il professore di recitazione. Alla fine hanno scelto Patrizio Cigliano per quel ruolo, dicendomi da subito che non andavo bene come professore di recitazione. 

Come mai?

Me lo aspettavo perché i professori di recitazione devono avere un profilo un po' più fascinoso, innanzitutto per i capelli (ride, ndr)

Professionalmente penso questa sia un'esperienza irripetibile e senza eguali, nemmeno cinema e serie Tv sono comparabili.

Sono d'accordo, è irripetibile. La cosa che mi ha salvato è che amo i ragazzi, io li adoro, amo la fase adolescenziale in cui non sono più bambini e vorrebbero essere adulti. Se gli dai un po' di fiducia ti fregano, se li tratti da piccoli si arrabbiano tantissimo. 

Quindi come la risolvi?

Bisogna amarli, per sopportarli e supportarli. E io devo dire che con loro mi sono trovato molto bene, alla fine ero molto dispiaciuto di lasciarli.

Uno dei temi più dibattuti è la spontaneità dei ragazzi del Collegio. Tu hai avvertito una certa preparazione al ruolo, un tentativo di essere qualcuno?

Partiamo dal principio che loro sono già qualcuno. Loro sono così, con i loro caratteri, le loro sfumature emotive. Io credo che il grande lavoro degli autori sia assemblare caratteri differenti che insieme formano dinamiche conflittuali che poi sono davvero le cose interessanti. Ma loro sono quelli, non avrebbero le capacità per fare un lavoro attoriale di finzione. Che poi, una volta selezionati, abbiano trascorso le notti a pensare cosa fare nel Collegio è cosa probabile, ma io posso dire di non aver trovato nulla di preconfezionato. Gli autori si affidano ai ragazzi, alla loro storia, si tratta di un approccio artistico per mettersi in connessione con qualcosa di diverso e la bellezza del programma è questa: risulta vivo. In ogni puntata del Collegio ci sono le quattro stagioni, dal trash alla mazzata emotiva, con dinamiche adolescenziali che riguardano anche noi adulti. 

Nella prima puntata parlavi con Dago e gli chiedevi come mai usasse un certo intercalare. Anche questo fa capire che Il Collegio può essere un modo per capire, banalmente, come parlano i ragazzi. 

Sì mi è successo con Dago nella fase conoscitiva, mi sono accorto che mi rispondeva sempre "eh" alle domande. Quando gli ho chiesto perché dicesse sempre quella cosa lui mi ha risposto "eh?". Per non parlare di Andreini che al primo incontro mi ha detto che lui parlava alle verdure. Credo sia importantissimo questo aspetto, perché i ragazzi di oggi non hanno più dei riferimenti precisi per rispettare delle regole. Accompagnarli verso la comprensione della regola è, al contempo, un modo per capirli. Serve ai ragazzi e serve a noi. 

Tu insegni recitazione a ragazzi o persone adulte?

Io ho una mia scuola da 17 anni e per 23 anni ho insegnato ai ragazzi. Quest'anno avevo deciso di prendermi una pausa dall'adolescenza e insegnare agli adulti ed è arrivato il Collegio. Non è stato più insegnare una tecnica, bensì continuare a fare il mio lavoro educativo, non più attraverso il teatro. Una cosa che mi è mancata è stata il non poter dare loro del tu.

Hai notato un effetto della popolarità? Ti riconoscono in strada?

Guarda qui (mette la mascherina e il cappello, ndr), così nessuno può riconoscermi in strada, al massimo i miei figli. Ho avuto un buon riscontro sui social, dove prima non ero presente. Mi danno modo di far emergere la mia natura, quello che sono, ovvero una persona diversa dal sorvegliante, anche se do a tutti del lei per mantenere una vicinanza con il ruolo che interpreto. 

I tuoi figli che dicono?

Il provino l'ho fatto per "colpa" di mia figlia, Benedetta di 14 anni, che vedeva il programma e non mi avrebbe perdonato il non provarci. Il figlio più grande, Davide di 10, non sapeva nemmeno di cosa si trattasse, ma ovviamente ha iniziato a seguirlo e quando i ragazzi parlano male di me o a me la prende sul personale.