Nella puntata di "Non è l’Arenasi commenta il terzo e ultimo episodio di Camorra Entertainment, l’inchiesta del team Backstair di Fanpage.it che ha fatto luce sulla trasposizione televisiva del matrimonio di Tony Colombo e Tina Rispoli. Ospiti in studio il magistrato Alfonso Sabella, il giornalista Riccardo Bocca, il direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini e Peter Gomez. Massimo Giletti ha riproposto alcuni dei punti chiave della terza puntata di Camorra Entertainment e il video in cui Roberto Saviano commenta l’inchiesta, con particolare riferimento al clima che intorno a quelle nozze si è mosso, come evidenziato da Sabella: “La riflessione che ha fatto Saviano è amara ma corretta nella misura in cui certe dinamiche camorristiche hanno trovato un equilibrio in queste nozze”.

Gli agenti penitenziari che hanno suonato alle nozze

Ampio spazio agli agenti della polizia penitenziaria che hanno partecipato al corteo che ha accompagnato Tina Rispoli per le vie del quartiere Secondigliano nel giorno del matrimonio. Le telecamere di La7 hanno provato senza risultati a intervistare gli agenti in questione, per poi ricevere una telefonata da parte della segreteria dell’O.S.A.P.P, Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria: “I colleghi sono ancora sospesi e non possono rilasciare dichiarazioni ma non hanno fatto nulla di straordinario. Erano al posto sbagliato nel momento sbagliato”. Parole che hanno scatenato il duro commento di Giletti: “Il segretario di un sindacato non può dire una cosa così. Come si può pensare di dare ragione a persone che sono a un matrimonio di questo tipo facendo quel lavoro?”. Piccinini: “Nella terza puntata della nostra inchiesta, sentiamo il rappresentante del sindacato del Sap che dice che i poliziotti penitenziari hanno l’abitudine ad avere rapporti con chi ha alle spalle storie di questo tipo”.

Riccardo Bocca e la televisione di Barbara d’Urso

Il giornalista Riccardo Bocca torna sulla legittimazione che un certo tipo di televisione ha concesso alle nozze di Colombo, contribuendo a renderlo evento di costume scevro da significati che affondano le radici nello strato meno limpido della cultura sociale partenopea: “Nel 2019 esercitare un potere o un’influenza, far emergere la propria presenza, non basta più. C’è un rapporto stretto tra il fatto di esistere in tv e quello di esistere nella vita di tutti i giorni. L’ambizione è legittimare la propria esistenza attraverso la tv. La televisione esercita lì il proprio ruolo. Se sei in uno studio televisivo e tutti ti applaudono, c’è una legittimazione straordinaria. L’altro aspetto è la continuità della presenza. Se decidi di far venire una persona tutte le settimane nella tua trasmissione, questa persona esiste e inizia a essere ascoltata”.  Bocca si riferisce al modo in cui la vicenda è stata raccontata nei salotti che hanno ospitato Tony Colombo e Tina Rispoli: “Stiamo parlando di distorsione della realtà. Ne abbiamo parlato a lungo senza nominarla: Barbara d’Urso. Nei programmi di Barbara d’Urso questa vicenda è cresciuta nel tempo. Quando si parla di distorsione della realtà si intende il creare la situazione ideale perché coloro che sono ospiti possano rappresentare al pubblico una realtà che è la loro versione della realtà. È un sistema. Lo abbiamo visto con i dietologi, con la complicità con i politici, con l’utilizzo di vicende private di personaggi pubblici e lo vediamo con la difesa esplicita di personaggi preoccupanti come questi. Basta! Non possiamo accettare queste distorsioni della realtà. La democrazia passa attraverso la completezza”.

Il varietà e e la responsabilità dell'infotainment

Peter Gomez: “Il fatto grave è che non sono passati una sola volta in televisione. Dopo che questo è accaduto, nessuno all’interno di quell’azienda piena di giornalisti straordinari ha sentito il bisogno di dire basta. Bisogna interrogarsi sul perché. Gli ascolti non sono tutto, li si può fare in altro modo. Bisogna fare delle scelte e non tutti le fanno. Si è scelto di stare dalla parte sbagliata”. Massimo Giletti ha posto l'accento sulla differenza sostanziale che esiste nel modo di raccontare una vicenda o di subirla e sulla responsabilità che implica il fatto di lavorare sotto testata giornalistica: “Ci si chiede come sia possibile una cosa del genere quando si lavora sotto testata giornalistica. Con il varietà si può fare ciò che si vuole, alzo le mani, ma sotto testata giornalistica no. Si corre il rischio di normalizzare una realtà”. Ha concluso Piccinini:

Si tratta di una ferita fortissima. Il nostro ruolo di giornalisti è stato dare voce ai familiari di queste vittime che si sono sentiti scalzati. Dobbiamo dare voce alla Napoli che vuole emergere e bisogna combattere chi non vuole che Napoli cambi. Finché daremo spazio a quella Napoli e non a questa, sarà una sconfitta per tutti.