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Il Commissario Ricciardi, Irene Maiorino è Filomena: “Lo sfregio che le donne subiscono ancora”

A Fanpage.it parla l’attrice che dà il volto al personaggio di Filomena la sfregiata, la ragazza condannata a vita dalla sua bellezza, protagonista della seconda puntata de Il commissario Ricciardi, La condanna del sangue: “La ferita di Filomena è il prezzo del pregiudizio che molte donne subiscono ancora oggi”.
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È la donna, l’evoluzione della sua condizione, al centro della storia di supporto della seconda puntata de Il commissario Ricciardi dal titolo La condanna del sangue. La storia di Filomena Russo, conosciuta anche come Filomena la bella, è quella di una donna condannata a vita dalla sua bellezza. Uno sfregio permanente a segnarle il volto, tra i gesti più brutti e disumani tra quelli che un uomo possa fare a una donna, diventa in questa serie uno spunto di riflessione fondamentale. A interpretare la donna protagonista di un rapporto di amicizia, che va anche un po’ oltre la semplice amicizia, con il brigadiere Raffaele Maione (Antonio Milo) è l’attrice Irene Maiorino che a Fanpage.it dichiara: “La ferita di Filomena è il prezzo del pregiudizio che purtroppo ancora oggi molte donne subiscono”. 

Irene, interpreti una delle donne più iconiche tra i personaggi della serie: Filomena la bella, una donna sfregiata. Come hai lavorato su questo personaggio?

Ho cercato di restituire la dignità di Filomena. L’ho fatto anche cercando un parallelo con quella che è la vita delle donne, oggi. In ogni personaggio, cerco sempre un senso più universale che possa attraversare le epoche, quasi a farne un archetipo in cui ogni donna possa riconoscere la sua battaglia. Ecco perché quella ferita è il prezzo del pregiudizio che ancora oggi molte donne subiscono.

Quello che la bellezza sia come una colpa? 

Sì. Se penso al nostro presente, agli ambienti di lavoro, essere belle è ancora sinonimo di dubbia bravura, di mancate competenze. Ti dicono: “Sei bella? Allora vediamo se sei anche brava”. Come se le due cose non possano coesistere.

Irene Maiorino Ph: Anna Camerlingo
Irene Maiorino Ph: Anna Camerlingo

Il tuo personaggio viene aiutato dal brigadiere Maione, che riesce a vedere la donna oltre lo sfregio: “Voi per me, nella vita, siete una cosa nuova” gli dici. Come avete lavorato a questa sintonia con Antonio Milo? 

C’è stato un ottimo feeling tra di noi e dobbiamo ringraziare Alessandro D’Alatri (il regista, ndr), perché riesce sempre a trovare il momento per guardare negli occhi gli attori e focalizzarsi su quello che sta succedendo. Non è da tutti, perché i tempi per girare ormai sono molto stretti. Penso di aver interiorizzato le volontà di Alessandro, restituendo questa donna ‘sfregiata’ nel corpo e nell’anima. Questo ha fatto ‘scopa’ con lo straniamento di Maione.

Il colpo di scena finale, senza rivelare troppo, scopre con la metafora della zampa legata quello che è realmente successo. 

Lo sfregio diventa un’autodifesa per quella bellezza. È il segno di una donna che dimostra di potersela cavare da sola e di poter bastare a sé stessa.

Cosa ti aspetti dopo questo secondo episodio?

Non lo so, spero solo di non aver deluso le aspettative del pubblico perché so che i romanzi di Maurizio de Giovanni sono conosciutissimi e hanno un pubblico trasversale.

Irene Maiorino Ph: Anna Camerlingo
Irene Maiorino Ph: Anna Camerlingo

Ecco, a proposito di Maurizio de Giovanni, tu hai già interpretato Susy ne “I Bastardi di Pizzofalcone”. Lo hai conosciuto?

Sì, proprio grazie ai Bastardi. Susy è un personaggio completamente diverso da Filomeno, non soltanto per l’ambientazione storica. In quell’occasione l’ho conosciuto ed è stato contento della dolcezza che ero riuscita a trasmettere nel suo personaggio. Anche lì, come Filomena, c’era da mostrare altro e ci siamo riusciti grazie anche alla sua penna.

Quando hai letto che la prima puntata del commissario Ricciardi ha fatto sei milioni di spettatori, come hai reagito? 

Mi sono sentita fiera di essere parte di un progetto che, ,tenuto conto della linea narrativa principale, si può certamente definire corale. Sono delle grandi occasioni per gli attori ma anche per le produzioni per chiarire cosa davvero significhi fare questo mestiere, a mio avviso, al di là di ogni protagonismo. Capire che il cinema, il set, come il teatro, è sempre un lavoro di squadra. È tutto orizzontale.

Progetti per il futuro? 

Non posso parlarne, ma ti dico che mi manca il teatro. Ero a Venezia, alla Biennale con uno spettacolo, purtroppo è tutto fermo. Manca il teatro, manca come l’aria e speriamo che presto si possa ritornare.

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