La vita delle parole che usiamo è strana. Alcune, un tempo di uso quotidiano o legate a fenomeni ricorrenti, sono finite in disuso pur non essendo morte. Basti pensare all'effetto che ha avuto la pandemia sul nostro linguaggio, riabilitando l'utilizzo di terminologie come quarantena, coprifuoco, virus, cambiando addirittura l'accezione di alcuni termini: dire ‘positivo' oggi è molto diverso da come sarebbe stato a gennaio del 2020. La stessa cosa, in un certo senso, è accaduta con la parola "Collegio", tornata da quattro anni sulla bocca di molti, in particolare degli adolescenti, per il successo inatteso del programma di Rai2, giunto ormai alla sua quinta edizione.

Tra i protagonisti del Collegio 5 c'è il professor Luca Raina, insegnante di storia e geografia sin dalla prima edizione del docureality, che negli ultimi anni si è ritrovato a insegnare negli anni sessanta come negli anni ottanta, fino al 1992 che corrisponde all'oggi del Collegio 5. Ci ha detto la sua in un'intervista a distanza, in cui lo ritroviamo leggermente diverso da come lo vediamo in Tv, senza abiti d'epoca e con tanto di barba appositamente tagliata per tuffarsi negli anni Novanta.

Partiamo quindi dal suo aspetto, professore. Può sembrare superfluo, ma il fattore estetico è determinante al Collegio.

Come sempre è il medium che distorce l'immagine (ride, ndr). In realtà sapete bene che le prime edizione del Collegio avevano uno sfasamento temporale rispetto all'attualità e l'idea era comunque quella di restituire un senso di immedesimazione nel tempo che prevedeva anche l'adattamento dello stile. Tra l'altro secondo me il lavoro fatto sulla ricerca dei vestiti, dei costumi e dell'arredo è eccellente, c'è una ricerca storica interessante.

Il prof. Raina del 1992 è esteticamente fedele a come era Luca Raina nel 1992 per davvero?

Diciamo che al tempo non ero nemmeno maggiorenne, ma quasi. C'è una bella differenza con la barba bianca di oggi. Sappiamo benissimo che la moda, l'abbigliamento e l'acconciatura sono espressioni di un determinato tempo.

La domanda delle domande, lei si è spiegato questo successo roboante del Collegio?

La spiegazione è apparentemente banale, secondo me la più stringente è quella legata al mondo della scuola. Quando si parla di scuola si attivano tutta una serie di ricordi proustiani, di "madeleine" che accomunano tutti, a prescindere. A parte fasi singolari di vita e vissuto, tutti abbiamo il minimo comune denominatore della scuola, dove abbiamo vissuto, ci siamo innamorati, ci siamo divertiti, abbiamo pianto, riso, abbiamo costruito (o magari distrutto!) il nostro futuro.

Riesce a trovare un termine di paragone?

A mio parere il fenomeno del Collegio, nel suo piccolo, è un po' come quello di Harry Potter, questa grande saga fantastica che parla di maghi e stregoni ed è apparentemente destinata a un solo pubblico di giovanissimi, ma alla fine non è stato così. Per il Collegio, appunto, credo la scuola abbia fatto la differenza.

Quindi non è per soli giovani ma intergenerazionale, parla a ogni interlocutore in modo diverso.

Esatto. Nelle prime edizioni c'era l'impronta forte degli anni sessanta e il programma aveva come scopo principale quello di parlare alle persone più adulte, sollecitandone i ricordi. Oggi invece il Collegio è così legato al concetto di scuola che esula dal tempo, parla a tutte le persone che hanno fatto la scuola: cioè a tutti.

Caratteristica interessante di questa nuova edizione è la doppia cattività, i ragazzi vengono catapultati in un'altra era, ma allo stesso tempo tirati fuori dalla bolla Covid in cui si trovavano da mesi. Questi due elementi si sono annullati, oppure combinati tra loro?

È vero, c'è questo doppio filtro della cattività, ma in realtà per noi insegnanti non c'è nulla di diverso rispetto alle altre edizioni, perché da sempre l'aula è un piccolo momento chiuso e si apre a un mondo che è quello dell'educazione. Forse da fuori si vive questa percezione di chiusura, ma questo è un programma di evasione e paradossalmente la cattività è stata una possibilità di evadere. Eravamo chiusi, ma aperti.

Di questa edizione sorprende la particolare irrequietezza dei ragazzi. Crede la clausura forzata del lockdown abbia contribuito a generare questo particolare effetto?

A proposito di cattività, la parola cattivo deriva da ‘captivus' che vuol dire prigioniero, quindi la associamo in automatico a qualcosa di negativo. In verità non eravamo in prigione, né i ragazzi sono stati cattivi. È ovvio che ci sia stata una componente di stress dovuta a questa mancanza, però gli insegnanti erano insegnanti e gli alunni erano alunni, ci trovavamo tutti lì per uno scopo. Quest'idea dell'irrequietezza è dunque parziale, vedremo come andrà a finire e per questo bisognerà aspettare la fine del programma.

Si parla molto della possibilità che Il Collegio possa essere l'incubatore di una nuova didattica televisiva. Pareri opposti in merito sono arrivati dai suoi colleghi Maggi e Bosisio. Lei che ne pensa?

Quasi mi sento in dovere di fare da mediatore tra le due posizioni. Cercando di dare una visione diversa e originale, possiamo dire che Il Collegio ha la possibilità di elevare la cultura a intrattenimento, ma bisogna crederci un po' di più e tutto dipende da quanto si voglia insistere sui contenuti. Secondo me già adesso si vede che le due parti si bilanciano, c'è dell'intrattenimento, ma ci sono anche momenti toccanti, di riflessione e di commozione. A voler leggere la questione in questo modo possiamo dire che Il Collegio può essere un modo per trasmettere non tanto la cultura in senso stretto, perché non basta, ma soprattutto la sensibilità per un ambiente in cui si può ancora parlare, riflettere e crescere. Questo è la scuola, un luogo dove, più che imparare, si cresce.

Niente nozionismo alla maestro Manzi, insomma.

No, non sono più quei tempi e non è questo il modo, anche perché una trasmissione ‘educational' non si farebbe in questo modo. Il Collegio riesce ad aggiungere un po' di intrattenimento alla trasmissione di certi valori ed è forse il modo migliore per poter fare scuola: non nozione, ma l'idea di trasmettere amore per la scuola.

Elemento caratterizzante del programma è l'ignoranza dei ragazzi, che talvolta appare sconcertante e poco spontanea, quasi fossero consapevoli che eccedere sia la strada per diventare un meme virale sui social.

Potrebbe essere, oppure c'è un'interpretazione ancora più sottile, ovvero che comunque quella non è scuola, non è una vera lezione. Ci sono pressione e stanchezza, forse nessuno ci riflette, ma gli studenti del Collegio rimangono comunque un mese lontano da casa, per molti di loro si tratta della prima esperienza comunitaria e di contatto con gli altri. Questo genera tensioni, poca lucidità e non è facile essere al centro dell'attenzione, soprattutto quando ti fanno domande per le quali è previsto tu abbia delle conoscenze.

Lo stress potrebbe quindi indurre a dire sciocchezze o banalità?

Anche il livello dei quiz televisivi è cambiato, lo sosteneva Serianni. Una volta al Rischiatutto si chiedeva di ragionare e citare alcuni commenti alla Divina Commedia, adesso le domande che si fanno sono legate ad aneddoti e fatti. Anche per i ragazzi molto dipende dalle domande e dal tempo che si ha per rispondere.

Lei ha partecipato a tutte le edizioni del Collegio, al netto della prima che è esperienza madre per definizione, ce n'è una che ricorda con più piacere?

Sono un curioso per definizione e penso che l'edizione migliore sia quella che verrà. Sicuramente la prima prevale per novità assoluta, che sorprese anche me. Però ogni anno si aggiunge qualcosa e penso che questo sia un segreto del programma, non un semplice viaggiare nel tempo, ma il fatto che ogni anno non si sa cosa ci si aspetti. Anche questa è la sfida del docente.

Una suggestione più che una domanda, fra 20 anni potremmo ritrovarci a vedere un'edizione del Collegio ambientata nel 2020. Come se la immagina?

Non saprei, è una bella domanda che mette in crisi anche il concetto di scuola. Un'edizione 2020 sarebbe per forza di cose basata sulla didattica a distanza, con gli alunni tutti a casa loro e gli insegnanti al computer, televisivamente una schifezza difficile da realizzare, oltre che impopolare. Ma è vero che forse avrebbe ancora più senso farla in presenza per dimostrare come gli alunni hanno bisogno di scuola, un serbatoio comune di esperienze ed emozioni.

Ragionamento che rafforza l'idea della scuola in presenza come dato indispensabile.

Assolutamente sì. Faccio un esempio, io ho due bambini piccolissimi, di 3 e 7 anni. La prima settimana senza scuola è stata un tripudio di felicità, ma dalla seconda settimana in poi esigevano di giocare la scuola. Questo perché alla fine manca, la odiamo così tanto, facciamo di tutto per non andarci, la mariniamo, diciamo peste e corna degli insegnanti, ma la scuola lascia un segno, incide qualcosa.

E questa cosa vale anche per i docenti?

Noi abbiamo continuato a fare didattica, ma manca il contatto. Può sembrare una banalità, ma la scuola è fatta di questo, non contatti fisici, ma relazionali. A distanza, nonostante la tecnologia ci dia una mano e sia utilissima, il contatto con le persone manca ed è una cosa fondamentale per ogni percorso educativo.