"Anime salve è una storia rivoluzionaria, di un uomo che per 30 anni ha deciso di rinchiudersi e ha trovato la sua dimensione artistica, ma non tanto per essere artista, quanto per trovare l'uomo". Domenico Iannacone sintetizza in questo modo l'ultima puntata de I Dieci Comandamenti, in onda in prima serata su Rai3 il 30 dicembre. Un programma che con questa settima stagione è riuscito ancora una volta a raccontare con enorme efficacia gli ultimi, le periferie dell'Italia, coniugando la qualità del racconto televisivo con un importante riscontro di pubblico. Ne abbiamo parlato con lui, a poche ore dalla messa in onda della puntata.

L'impressione è che quest'anno ci sia stato un cambio di passo, che "I dieci comandamenti" abbia rotto in qualche modo una barriera rispetto alla percezione comune. Sei d'accordo?

Sono d'accordo perché, secondo me, il programma ha avuto una collocazione più consona rispetto al valore dei contenuti espressi. Di conseguenza ha raggiunto più persone, è come se avesse rotto un limite, rottura dopo la quale si riesce ad arrivare con maggiore facilità alla gente. Questa cosa io l'ho percepita fortemente, perché mi ha permesso di avere tantissimo riscontro. Però secondo me c'è un altro motivo fondamentale, la scelta dei temi. Trattare temi che pure c'erano nelle altre stagioni, ma in maniera così precisa, preponderante, ha permesso al programma di avere maggiore attecchimento.

Scuola, lavoro, sanità, diritto alla casa, carcere. Avevi parlato di un programma fatto tenendo tra le mani la costituzione, come una bussola. Che bilancio dell'Italia emerge dopo questa esperienza?

Quello che ho visto, che ho toccato con mano, è legato a un paese fortemente debilitato, ferito, che ha ancora tantissima strada da fare per riprendersi e che ancora non ha ben riconosciuti i diritti elementari sanciti dalla nostra carta costituzionale. Naturalmente è una visione pessimistica, molti dei diritti fondamentali sono disattesi.

Da meridionale non posso non aver notato che il programma e i problemi raccontati fossero concentrati in particolare nel sud Italia. Una scelta voluta, o casuale?

Si è trattato di una scelta casuale, perché si sa che spesso le storie prendono il sopravvento rispetto alla collocazione geografica, non c'era un concetto precostituito di andare a girare in un posto piuttosto che in altro. Chiaramente, se parli di sanità capisci benissimo che c'è una fortissima divisione territoriale tra nord e sud e quel diritto, che è sancito allo stesso modo, per un cittadino calabrese e uno milanese ha chiaramente una diversa possibilità di essere applicato. Se nasci in Calabria hai praticamente la stigmate di chi rischia di più nel corso della propria esistenza e sarà curato peggio.

A tal proposito mi viene in mente anche la puntata speciale dedicata alla scuola di Caivano.

Io ho aperto e chiuso questa stagione con scuola e carcere, che per me sono due facce della stessa medaglia. Se crei gli strumenti necessari le persone si salvano, siano essi ragazzi da formare, o uomini che non dovrebbero finire in quella dimensione carceraria. Eugenia Carfora, la preside della scuola di Caivano che abbiamo raccontato, fa un lavoro rivoluzionario, perché in un posto disgraziato, in una sorta di limbo e di deserto umano, riesce a curare questi ragazzi. Le feci una domanda pretestuosa, dicendole che sembrava una scuola del nord, e lei ha detto che quella era una scuola italiana, come a rivendicare un ruolo di eccellenza.

La forza de I Dieci Comandamenti credo sia quella di riuscire a raccontare senza veicolare un giudizio, ma stimolando un'opinione. Si può indurre alla riflessione senza indignare?

Io utilizzo due metodi: il primo è quello socratico, io ci sto, ma solo per far venire fuori le storie, non detto giudizio, non ho idee preconcette, è come se andassi in quel posto e facessi in modo che quel posto mi raccontasse la verità. Il secondo elemento che tratto sempre è quello di uno studio quasi sociologico, entro in un luogo e mi ci disperdo, per poterlo raccontare meglio. Se non avessi fatto così, non avrei potuto raccontare la scuola di Caivano, mi avrebbero considerato una presenza contaminante e opprimente. E poi ascolto, io sto quasi sempre in silenzio, parlo pochissimo, cerco di essere la faccia del telespettatore, che sta lì e in prima persona prende coscienza di ciò che vede. Rispetto ai lavori che facevo prima a Presa Diretta io mi rendo conto che sto facendo una sorta di arretramento. Io ci sto, ma non ci sto.

Silenzi esaltati, una lentezza del racconto voluta, l'assenza di voci fuori campo. Il tuo prodotto si pone in netta antitesi con le logiche imposte dalla televisione di oggi.

Sì, sono d'accordo, ma io per questo ho dovuto lottare. Io all'inizio sono stato visto come un matto visionario che faceva un'operazione di rallentamento, perché ad esempio rispetto ad altri programmi, vedi Le Iene, ho scelto di non fare più tagli in asse (inquadrature tagliate, veri e propri salti, ndr), dove non ci si preoccupa di usare raccordi classici. Quando li vedo impazzisco, perché so che lì può esserci stata una manipolazione, perché esiste un meccanismo tale per il quale se tu tagli una locuzione, stai mistificando la cosa.

In fase di montaggio deve essere ancora più complessa un'operazione di questo tipo. 

Lo è, infatti impiego molto più tempo al montaggio che a girare. Anche perché non ho elementi di raccordo, non c'è uno studio in cui qualcuno racconta vari momenti, né tantomeno una voce fuori campo.

Quali sono i tuoi modelli di ispirazione?

Li cito con immodestia: io mi rivedo in certe cose di Comencini, quando raccontava gli spaccati italiani, in "Comizi d'amore" di Pasolini, la meta comunicazione di Gregoretti, nel rigore di Zavoli. Credo che quello che faccio sia una miscellanea di questi esempi. E poi avendo fatto il centro sperimentale io sono un grande appassionato di cinema, credo esista un meccanismo del racconto. E poi il riferimento è la letteratura, la poesia, di cui mi sono occupato agli inizi, quando incontravo i grandi poeti del Novecento.

Uno dei passaggi più struggenti della stagione è stato quello della vicenda di Michele, rimasto senza casa dopo la separazione e costretto a vivere in auto. In quel caso c'è un momento preciso in cui lui piange, tu esci dall'auto e lo consoli. Un momento in cui tu vai ben oltre la funzione del narratore ed entri dentro la storia. 

Era impossibile non farlo. Io in queste settimane ho avuto l'obbligo morale di fare delle cose per lui, aiutarlo a trovare casa (che è riuscito effettivamente a trovare, ndr). Sapevo che la sua fragilità deve diventare la sua salvezza. Io non volevo niente di edulcorato, l'ho abbracciato perché la sua storia è terribile anche per quello che non ho potuto raccontare. Io lì non ero un giornalista, ero uno che stava vedendo una persona in una difficoltà bestiale e sono un padre. Era impossibile non pensarci. Ci sono tante storie che mi porto dietro, che si sono agganciate alla mia vita.

Cosa c'è nel tuo futuro e in quello de "I Dieci Comandamenti"?

A breve dovrebbe partire un nuovo progetto, dal titolo emblematico "Che ci faccio qui?". inzierà ad aprile su Rai3, andrà in access e saranno 25 puntate tra "Blob" e "Un posto al sole". Inizierò a lavorarci da gennaio. Poi per "I Dieci Comandamenti" mi auguro si continui, si vedrà.

Immagini che i tuoi prodotti possano essere adattabili ad altre piattaforme?

Io ci voglio arrivare, la mia idea è arrivare a una maggiore fruibilità maggiore, la televisione è troppo bloccata su se stessa e c'è bisogno di arrivare in altri modi, devi raggiungere le persone e poi devi raggiungere le persone giovani che guardano poco la televisione.