ATTENZIONE: questo post contiene ALCUNI SPOILER sul terzo episodio dell'ottava stagione di "Game of Thrones – Il Trono di Spade". 

È stata la battaglia più attesa, forse non la più bella, sicuramente quella con il finale più inaspettato, glorioso e impossibile da immaginare meglio di così. Il terzo episodio dell'ottava stagione di "Game of Thrones" fa letteralmente saltare dalla sedia per "tensione e liberazione, pelle d'oca e cuore spezzato, grandezza e intimità". Lo scrive Jeremy Egner per il New York Times, non c'è che da sottoscrivere queste parole.

I toni scuri della battaglia

Ricorderemo "La battaglia di Winterfell"  non come la battaglia perfetta, almeno non come quella "dei Bastardi" (nono episodio, sesta stagione), ma come quella più potente sul piano emozionale. Da un punto di vista squisitamente tecnico, i toni troppo scuri restituiscono il caos e lo spaesamento vissuto dai nostri beniamini in battaglia, ma spesso rischiano di farci capire davvero poco o nulla di quel che ne è di loro. Su tutti, il duello aereo tra i tre draghi è quello che ne viene più penalizzato, al punto che non si capisce che ne è di Rhaegal, il drago su cui monta Jon Snow (o dovremmo cominciare a chiamarlo semplicemente Aegon?). E cosa è mai successo a Ghost, il metalupo di Jon, schierato in prima fila in battaglia e mai più visto durante gli scontri?

Un episodio che resterà nella memoria di tutti

Questi i maggiori difetti di un episodio che resterà comunque nella storia, non per altro, per essere quello risolutivo di un conflitto che forse credevamo più duro. "Superate le aspettative", scrive ancora il New York Times, ed è un altro punto che possiamo fare nostro. Alzi la mano, tra gli irriducibili che hanno visto l'episodio nella notte, chi riteneva possibile che il Re della Notte venisse sconfitto, a tre episodi dal termine. Così, dopo aver temuto il peggio, rattristandoci per le dipartite (no, non faremo l'elenco degli eccellenti che ci hanno già lasciato, ma diremo qui che sono caduti tutti con grande onore), arriva il colpo di scena finale che ci lascia per un interminabile attimo senza fiato. Mentre il Re della Notte sta per brandire la sua spada e chiudere la partita con il "Corvo con tre occhi" Bran, sbuca dal nulla lei, Arya Stark: "Cosa diciamo al Dio della Morte? Non oggi". Bloccata sul più bello dal Re della Notte, riesce a far scivolare la daga di Valyria (sì, quella daga!) e infilzarlo al petto. È stato un momento da stadio, tra dieci anni ci ricorderemo tutti dove eravamo. Ammetto di essere saltato giù dal letto per correre ad abbracciare il televisore: ho esultato così solo al rigore di Fabio Grosso ai Mondiali del 2006.

È evidente quindi che non sarà la battaglia di Winterfell, la madre di tutte le battaglie. È altrettanto evidente che ci sarà ancora tanto da piangere e da temere per il futuro dei nostri personaggi più amati. È evidente anche che la sceneggiatura sembra sempre più andare incontro ai gusti degli spettatori, anche se questa volta un finale così, davvero nessuno sarebbe stato in grado di pronosticarlo.