Se oggi qualcuno di noi desiderasse documentarsi sui grandi calciatori del passato – quelli che, per intenderci, hanno contribuito all'epica di questo sport – basterebbe Youtube per riuscire a trovare materiale fino alla nausea, una sconfinata prateria di video best of (o worst of) che stanno condizionando il modo di guardare al calcio di intere generazioni, soprattutto le più giovani, stimolando una visione sintetica e parziale, per highlights. Perché oltre al meglio o al peggio di uno sportivo – la regola vale per ogni essere umano – c'è ciò che sta in mezzo. È lì che, come da tradizione, Federico Buffa va a scavare, tirando fuori storie, vere e immaginate, per dare forma al magma indistinto della normalità, indispensabile per capire la vita di qualcuno. Soprattutto quella dei cosiddetti grandi.

In questo caso Buffa raccontà Pelé, con un viaggio di tre puntate (la prima in onda su Sky Sport il 15 dicembre alle 23) partendo dall'idea del Doppelgänger , la teoria prima esoterica e folcloristica, oggi studio di psicanalisi, secondo la quale esista per ognuno un sosia, un essere vivente identico a noi. Per Buffa l'alter ego di Pelé è Edson Arantes do Nascimento, il ragazzino normale e nemmeno troppo discolo che, prima del  talento sconfinato che lo ha consegnato alla storia, era una persona, peraltro modestissima e nemmeno segnata da chissà quale inclinazione alla rettitudine.

La difficoltà di questo progetto, curato da Sara Cometti e Francesca Bonetti, è proprio che le immagini di Pelé non ci sono, visto che della sua carriera e degli oltre 1200 gol realizzati possiamo vedere una percentuale estremamente ridotta. E quindi come si fa a raccontare un dio del calcio (l'articolo indeterminativo è un segno di rispetto per i seguaci di altre religioni) senza poterlo mostrare? Semplice: immaginando. Territorio, quest'ultimo, in cui Buffa come al solito sguazza, dando vita a dialoghi, situazioni, incontri e aneddoti che non sapremo mai se fanno parte del Pelé che ha nella testa lui, o se sono accaduti davvero. Ma che certamente provano a spiegare in forma rappresentativa ciò che è stato un tizio in carne ed ossa che per molti si è elevato al di sopra di questa condizione terrestre quando si è trovato su un campo da calcio.

La difficoltà nel reperire immagini, dunque, diventa un'occasione orgasmica di generare delle parabole, racconti che Federico Buffa recita dall'interno di un teatro, costretto (o favorito) dall'impossibilità di spostarsi in giro per il mondo alla ricerca di storie. Quello costruito attorno a lui è un progetto televisivo definitivamente trasceso a genere, e non da oggi. Ed è, in tutta probabilità, la cosa meglio riuscita e più identitaria degli ultimi anni di Sky Sport, che infatti sta investendo molto sul filone squisitamente narrativo per determinare un proprio archivio, la più preziosa delle risorse per un'emittente televisiva. Sarà estremamente curioso capire fino a quando le due parti considereranno prolifico questo viaggio e fino a quando riusciranno ad eludere la prevedibilità, inevitabile ostacolo sulla strada di tutto ciò che diventa fenomeno.