Mostro, orco, pedofilo. Il personaggio di Donato Sarratore, il ferroviere poeta de "L'Amica Geniale", è stato comprensibilmente oggetto delle più diverse manifestazioni di odio e ribrezzo da parte degli spettatori dopo la sequenza della violenza nei confronti di Elena Greco, in onda su Rai1 lo scorso martedì 11 dicembre. La stessa sequenza è stata oggetto di discussione per la decisione della Rai di censurare i momenti più forti, come quello in cui vediamo il padre di Nino toccare il sesso della ragazzina, rispetto a quanto visto in onda su HBO, il network americano che, con la Rai (e Wildside, Fandango e TIM Vision), produce e detiene i diritti della serie.

Della grande complessità del mellifluo Donato Sarratore, personaggio chiave nella simbologia del "Rione" costruito da Elena Ferrante, abbiamo parlato con il suo interprete, Emanuele Valenti. Fondatore di Punta Corsara, prima vera compagnia stabile del quartiere napoletano di Scampia, nata dal progetto "Arrevuoto", che da più di dieci anni accoglie e forma ragazzi di ogni età e classe sociale, Emanuele si ritrova curiosamente in scena al Piccolo Bellini con il suo "Il cielo in una stanza" che, proprio come "L'Amica Geniale", prova a raccontare una storia che dalla Napoli del 1950 abbraccia 40 anni di storia italiana.

Mettere in scena un uomo narcisista, mellifluo e pericoloso. Emanuele, come hai accolto dentro di te la complessità di Donato Sarratore? 

Partendo dall'idea che tutti siamo complessi. Ogni personaggio ha una sua complessità, anche nei buoni c'è sempre qualcosa di oscuro, di cattivo e viceversa. Siamo sempre contraddittori, in generale è interessante questo proprio nel racconto di Elena Ferrante. Il Bene e il Male, così come nella realtà, sono vicini e si compenetrano uno nell'altro. Nel mio caso, ovviamente è complesso. Donato fa qualcosa di orribile e ho provato ad avvicinarmi a questo narcisismo, a questo bisogno di conferme continue nella seduzione, a questa sua ossessione interiore, che pur di avere una conferma, si ritrova ossessionato a seguire una ragazzina di quindici anni. Ho lavorato sul desiderio di fare colpo su tutti, che poi è in realtà probabilmente un segno di grande solitudine interiore e di mancanza. Saverio mi diceva continuamente durante le riprese di  provare a non giudicare Donato. E questa frase è diventata un mio mantra interiore.

E come ci sei riuscito? 

Dovevo assolutamente evitare di approcciarlo personalmente come il cattivo, come l'oscuro, proprio perché era necessario trovare, per me che lo facevo, ciò che rende umana la cattiveria. Non giudicare il personaggio, mi ha quindi permesso di non cadere nel cliché. Non puoi approcciare a un personaggio del genere, senza guardare quanto sia sottile la linea che divide il bene dal male. Che poi il gesto sia indubbiamente da condannare, su questo non ci piove. Ma, come vedremo nel settimo episodio, lui è realmente ossessionato da Elena, al punto da cercarla un anno dopo quello che è successo. Poi non raccontiamo come finisce, sennò facciamo spoiler.

Alla luce di questa ossessione per Elena, è corretto definire Donato Sarratore semplicemente un pedofilo? 

Questa domanda sottintende tante altre domande: un pedofilo, come lo intendiamo oggi, può realmente provare amore per una ragazza minorenne? Tralasciando l'aspetto medico e psicologico, io so sicuramente che Donato è veramente attratto da Elena. Con questo non voglio dire che Donato non sia un pedofilo. Lui utilizza il fascino che ha su di lei, così come ha fatto con Melina che è una donna sola e debole, per avere conferme, per alimentare il suo narcisismo e il suo desiderio di sedurre. Ma la domanda che mi sono posto per lavorarci è stata questa: Donato è attratto da Elena? Indubbiamente sì.

Come nasce questa attrazione, questa ossessione per Elena? 

È ossessionato per il rapporto che lei ha con il sapere, con la conoscenza. Lo stupisce il fatto che lei, venendo dal suo stesso ambiente, povero anche sul piano culturale, riesca ad arrivare al liceo. Quando Donato sa questa cosa, lui rimane colpito. E questo anche per la storia che ha Donato. Lui racconta che ha potuto frequentare solo fino al secondo anno di industriale e che ha dovuto lasciare gli studi per andare a lavorare. Il suo desiderio è quello di "essere", è affascinato dalla cultura. Riconosce in Elena una parte del suo percorso. Ed è interessante la differenza che c'è tra Elena e Marisa, la figlia di Donato, non così avvezza alla cultura, meno interessata agli studi. Probabilmente, in questo desiderio, Donato riflette anche un lato paterno. Stiamo parlando di dimensioni edipiche, direi. Io come attore, ho lavorato su questa ossessione che parte da un desiderio reale. Non è un desiderio prettamente sessuale, è un desiderio che parte dalla persona.

In questi giorni non si è fatto altro che parlare del taglio della Rai sulla scena tra Elena e Donato. Tu sapevi che in Italia sarebbe stata censurata?

No, non sapevo della censura. Avevo visto anche io la scena prima da HBO ed ho avuto la sensazione netta in diretta del taglio.

Non credi che, nel taglio della Rai, la scena abbia perso di significato e di forza rispetto alla versione integrale vista negli USA?

No, credo che la scena sia ugualmente forte. I commenti che stiamo leggendo su Facebook lo dimostrano. La versione americana è molto più cruda, ma la mano che tocca il seno e che tocca le gambe è la mano della fede nuziale. Simbolicamente è un'immagine fortissima, a mio avviso.

Non pensi che la disfatta emotiva di Elena, la delusione nel veder cadere un mito da lei idolatrato, sia stata resa in maniera meno immediata rispetto al libro?

Saverio (Costanzo, ndr) l'ha girata seguendo esattamente la descrizione del libro. Nella versione americana, il pianto di Elena è più graduale e questa forse è l'unica differenza, ma come impatto è indubbiamente forte anche nella versione italiana. Quella scena resta un pugno nello stomaco.

Come è stato rivedersi in quella scena con Margherita Mazzucco? 

Con Margherita Mazzucco ci siamo sentiti. Si è creata grande stima e grande fiducia reciproca. Abbiamo girato quella scena alla fine, dopo che tra noi c'era stata la giusta conoscenza. Ci siamo sentiti ieri, e siamo arrivati a lavorarci a questa cosa con grande sintonia. Dopo aver girato il primo totale, guardavamo la scena nel monitor e in qualche modo io mi sono commosso. Per la crudezza della scena e per la bravura di Margherita. Io e lei ieri dicevamo che non è tanto il fatto che Donato fosse un mostro, ma era la tristezza del gesto che stava facendo. È così triste, che entrambi abbiamo avuto una reazione più di squallore nei suoi confronti. È stata una esperienza singolare nella mia carriera di attore rivedere quello che abbiamo girato.

È stata una scena che ha scioccato il pubblico. 

L'ho compreso dai commenti che stiamo leggendo su Facebook, che sono curiosi e tutti diversi. Molte ragazze stanno scrivendo di loro esperienze, ovviamente c'è grande odio per il personaggio, considerato schifoso, orribile, come c'era da aspettarsi. Molte ragazze si sono ritrovate nella stessa condizione di Elena, hanno provato molta empatia.

Il filo che lega il “Rione” e i suoi personaggi è la violenza, degli uomini sulle donne e degli uomini sugli altri uomini. L’autrice nel suo racconto ci fa capire che questa a violenza si può combattere con l'emancipazione e con la cultura. Ma è proprio l’uomo di cultura che si macchia del gesto più disumano. 

Lui apparentemente è un buon padre di famiglia, rispetto a tutta la violenza del quartiere da cui proviene. Se lo mettiamo a confronto con Fernando (Cerullo, il padre di Lila interpretato da Antonio Buonanno, ndr), lui crede nella possibilità di emanciparsi da quelle logiche ma anche lui viene da quell'ambiente, è anche lui un poveretto investito dalle miserie umane del "Rione". Questa è la bellezza del racconto della Ferrante, il buono e il cattivo sono continuamente compenetrati in quella sottile linea di confine, sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista psicologico dei personaggi. Come, d'altra parte, è nella realtà. Il suo elevarsi rispetto al contesto, il suo status fa parte della stessa dimensione che affascina Elena, che vede questa famiglia come una famiglia modello. Ma nella bellezza c'è sempre l'oscurità, e questo ripeto si lega a tutto il racconto della Ferrante.

Da “Gomorra” al “Clan dei camorristi” fino al male un po’ edulcorato di “Pizzofalcone”. Napoli produce in serie sfondi “crime”. Può un racconto di formazione, di ampio respiro come quello della Ferrante, generare lo stesso tipo di effetto?

Me lo augurerei perché ciò che apprezzo di questa serie è che sia stata presa da un romanzo per il quale impazzisco, soprattutto per i dialoghi. È un grande pregio, una grande virtù di questa serie essere presa da un racconto di formazione, così come la fortuna che ha di essere raccontata visivamente così bene da Saverio Costanzo. Mi auguro che possa succedere, così come trovo bello che ci sia la possibilità di raccontare con parole diverse e in maniera più complessa certe cose.

Sei tra i fondatori di Punta Corsara che è uno dei movimenti più interessanti nati a Scampia, nell’area Nord di Napoli. Pensi che ci siano analogie con il “Rione” della Ferrante e quelli di oggi?

Da dodici anni lavoro a Scampia e Punta Corsara viene da lì, ma produce in giro per l'Italia. Però sì, sono dodici anni che, dopo aver fondato la compagnia con Marina Dammacco e lavorato al progetto Arrevuoto di Maurizio Braucci, continuiamo a lavorare con centinaia di ragazzi vicine alle dinamiche del "Rione". Oggi molti di questi ragazzi fanno gli attori, lo stesso Christian Giroso (Antonio Cappuccio nella serie, ndr) è partito con la formazione a Punta Corsara, è un attore di Punta Corsara e siamo finiti a girare anche una serie insieme per "L'Amica Geniale".

Il tuo ruolo di insegnante di recitazione per i più giovani ha condizionato in qualche modo il loro futuro? 

Sì, da pedagogo mi piace pensare che coniugare il lavoro sociale con la qualità artistica e teatrale, nel nostro caso, sia in qualche misura utile al percorso dei ragazzi.

L’impressione che si ha, dall’esterno, è che questa serie stia funzionando soprattutto perché ha scelto di puntare su volti freschi, raccogliendo talenti dalle accademie di teatro.

Per me è un assoluto punto di forza. Sul casting è stato fatto un grande lavoro con grande coraggio. Prendere tutti attori di teatro, su più generazioni, è stato coraggioso. Da Valentina Acca ad Antonio Buonanno fino a me, unirli a una generazione degli attori più giovani, tutto il gruppo dei ragazzi che sono bravissimi, è stata una scelta coraggiosa. E poi il legame con il teatro, prendere attori che vengono da lì, sconosciuti al grande pubblico, sì, è stato assolutamente un punto di forza

Ci lasciamo con un arrivederci? Nella seconda stagione, c'è il ritorno di Donato Sarratore? 

Beh, Donato Sarratore c'è nel secondo libro e si ritrova anche al centro di qualcosa di molto interessante. Quindi sì, dovrei esserci.