Emanuele Filiberto, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, ha rilasciato una dichiarazione importante a proposito dell’edizione di Sanremo cui prese parte insieme a Pupo e che lo vide classificarsi al secondo posto con la canzone Italia amore mio. Ripercorrendo gli anni durante i quali ha lavorato in tv, il principe ha dichiarato che furono la Rai e gli organizzatori del Festival a contattarlo affinché prendesse parte all’evento: “Mi pento di avere fatto qualche programma: Ciak si canta con Pupo era di troppo e avrei dovuto evitare di farne un altro su Rai2. Le polemiche a Sanremo? Quell’edizione era un po’ scritta a tavolino. Era un’edizione debole e aveva bisogno di qualche personaggio che potesse fare la differenza. Quell’anno lo presentava Antonella Clerici. Una persona di Rai1 e un organizzatore vennero a trovarmi per chiedermi se volevo partecipare. La giuria tecnica decise di sbattermi fuori ma quella popolare mi ripescò”. È intervenuta la Toffanin: “La tua è un affermazione grave” ma lui non ha ritrattato:

La mia partecipazione era stata richiesta. Tu fai televisione e sai che ci sono cose che sono scritte dagli autori.  Sanremo è stata un’esperienza bellissima ma che non rifarei mai, come non rifarei Ballando con le stelle e altre cose. Ho smesso di fare tv perché mi ero stufato e perché le mie bambine avevano bisogno che il loro papà fosse a casa. Non sono un giornalista o un conduttore e non voglio esserlo. Sono stato un intrattenitore per un certo periodo, poi ho smesso.

 

L’esilio in Svizzera

Emanuele Filiberto ha raccontato gli anni dell’esilio trascorsi in Svizzera. All’epoca era solo un bambino e solo intorno ai 4/5 anni comprese di essere diverso dagli altri: “I miei genitori hanno sempre voluto proteggermi. Mi sono reso conto che non ero simile agli altri intorno ai 4/5 anni quando un autobus di italiani che veniva a Ginevra ripartì per l’Italia e io non potetti seguirlo. Mi hanno spiegato l’esilio come si spiega a un bambino. Abitando in Svizzera è come abitare di fronte al miglior negozio di cioccolato ma non poterci entrare perché la porta è sempre chiusa. Ci si chiede perché una cosa del genere debba ricadere sul nipote di qualcun altro. Perché io non potevo entrare nel mio paese se l’esilio era stato promulgato anni prima?”. Ciò nonostante, non rinnega quel cognome ingombrante:

Sono fiero del cognome che porto. Capisco l’esilio ma il mio cognome ha 1000 anni di storia. Se l’Italia si chiama Italia è grazie a Emanuele II, il mio è un cognome importante. In Svizzera sono cresciuto come i miei amici, loro se ne fregano del titolo. È questo ciò che mi ha reso umile, rendendomi ciò che sono. Ho iniziato a lavorare molto presto e mi sono costruito da solo, nella professione sono sempre stato solo “Emanuele Filiberto”.