Domenico Iannacone sbarca in prima serata con Che ci Faccio Qui. Venerdì 2 aprile il giornalista molisano, che in questi ultimi anni ha imposto il suo stile di racconto come uno dei più riconoscibili in Tv, porta su Rai3 un film con un titolo altisonante, esposto a diverse chiavi di lettura: L'Odissea. A più di 40 anni dalla legge Basaglia che segnava l'abolizione dei manicomi in Italia, e in corrispondenza della giornata mondiale della consapevolezza dell'autismo, il film-documentario di Iannacone esplora il mondo della disabilità mentale attraverso il racconto della preparazione e messa in scena di uno spettacolo teatrale della compagnia del Teatro Patologico di Roma. Sono le storie di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, attori affetti da disagio psichico che, guidati dal direttore Dario D’Ambrosi, affrontano un viaggio fatto di mille peripezie. Iannacone lo racconta in un'intervista a Fanpage.it.

A cosa deve prepararsi il pubblico in vista di questa serata?

È il racconto di un'Odissea che ne contiene tante al suo interno. È la storia di tanti personaggi, ognuno col proprio fardello, la propria fragilità, che compiono una specie di viaggio titanico. È, forse, lo specchio di quello che stiamo vivendo adesso, fare un viaggio che ci deve salvare. Lo fa anche Dario D'Ambrosi, che cerca di proteggere col suo teatro tutti gli attori affetti da disagio psichico e quindi cerca di tenere disperatamente in vita un'istituzione vilipesa, in questa fase storica in cui la follia è un elemento molto labile, un crinale.

Crinale nel quale possiamo cadere tutti, se ne parla molto in questi mesi. 

Tutti. Valeva prima e ancora di più adesso. 

Sarà quindi qualcosa di diverso da una semplice puntata di Che Ci Faccio Qui? 

Sì, voglio chiarire subito che non si tratterà della messa in scena di un'opera teatrale, ma di un film a tutti gli effetti, dove la rappresentazione teatrale è un pretesto, il punto finale della narrazione. Il centro è ciò che c'è attorno a questo viaggio, un viaggio esistenziale che dura da gennaio fino a giugno del 2020, che quindi si intreccia con la crisi globale che ha travolto il mondo lo scorso anno. Erano mesi in cui tutto rischiava di saltare, quando le prove venivano interrotte e non si sapeva dove rappresentare lo spettacolo. Mesi durante i quali gli attori scrivevano a Dario parlandogli di crisi mentali, istinti suicidi. La storia è anche avvincente fino all'effettiva messa in scena dello spettacolo, l'unica, su una spiaggetta di Ostia che si è rivelato il solo posto dove si potesse fare.

L'imprenditore che acquista campi in cui piantare alberi secolari, la ragazza non udente che ha trovato nella musica la sua ragione di vita, ora questa Odissea. Le storie che racconti sono sensazionali ma non sensazionalistiche. Qual è la differenza?

Una storia deve avere una ragione per essere raccontata e queste per me ce l'avevano. Quando una storia è buona non c'è bisogno di spingere perché sprigioni la sua forza. 

Consideri la prima serata una sorta di promozione?

Non so se significhi una promozione, perché mi era già accaduto in passato. Quello su cui spingo è il fatto di ritenere che il mio sia un racconto popolare, che abbraccia tantissimi telespettatori. In questo senso credo che le collocazioni scelte fino ad ora siano state penalizzanti per il prodotto.

Lavori a Rai3 da vent'anni, ma la sensazione è che Rai3 sia il tuo limite. Aspiri ad altro?

Io vorrei che il mio prodotto fosse innanzitutto tutelato. Non cerco trattamenti di favore, mi farebbe piacere che un prodotto riconosciuto dal pubblico come di qualità, venisse semplicemente protetto. Questo progetto è partito da lontano ed è rimasto coerente, non ha strizzato l'occhio a una moda, è in linea con un'idea di televisione precisa. 

La tua battaglia in difesa del modello di cui ti fai portatore in televisione somiglia, in fondo, a un'odissea.

Non nego che in questa televisione mi sento un po' Ulisse, in un viaggio perenne che mi procura costantemente un senso di pericolo nel raccontare le cose. È come se si adattasse anche alla mia persona questo titolo. 

Questa battaglia contro i mulini a vento si percepisce, come ti sentissi obbligato a rivendicare gli ascolti più degli altri.

A me degli ascolti non interessa minimamente, ma gli ascolti mi servono a tenere in vita il progetto. Se non avessi avuto il pubblico, in questi anni, forse avrei finito da molto tempo. Il pubblico mi ha salvato, ha creduto in me più dell'azienda.

Non a caso si chiama dittatura degli ascolti, puoi combatterla o subirla ma non la puoi ignorare.

Attrezzarsi è necessario, con la dittatura devi rapportartici, comunque la pensi. Ogni tanto pare che io esageri, ma è per questo io chiedo sempre nelle mie dirette sui social di vedere in Tv le puntate e non su RaiPlay. Il solo modo per proteggere questo prodotto è vederlo in Tv. So di chiedere sacrifici fino a mezzanotte. I numeri contano perché alla fine, chi decide, guarda quei parametri. Potranno sempre dirti che non hai fatto abbastanza. Ecco perché il pubblico mi salva. 

La tua è raccontata come una Tv possibile solo in forma di anomalia rispetto al sistema. In questi anni ti senti di essere stato ispirazione per qualcuno?

Lo percepisco e, se è così, ne sono contento. 

Per esempio?

Sono prevalentemente prodotti su piattaforma, non in televisione. Documentari in cui la dilatazione del tempo ha un valore fondamentale. Penso a molti prodotti Netflix, ad esempio Sanpa, che ha una trattazione e una narrazione vicine a quello che faccio io in termini di gestione del tempo, di rapporti con le pause e di silenzi. Naturalmente con le dovute differenze.

Come se il tuo prodotto fosse antitetico rispetto alla televisione stessa. 

Si tratta di cose che, fatte sulla Tv tradizionale senza il giusto tempo a disposizione, diventano esperimenti sbagliati. La questione è sempre quella: il sostegno che viene dato a un progetto.

Tra te e la Rai pare esserci questo rapporto di amore-odio.

Ci sono stato male in passato, ma non voglio fare vittimismo. Io ho la mia maturità e consapevolezza narrativa, continuare a combattere per l'orario di messa in onda è una cosa che non mi va più. Dovrebbe essere l'azienda a farmi proposte, valorizzare una risorsa. L'impressione è che accada sempre il contrario.

Vedi in questa prima serata l'inizio di una presenza più stabile in una fascia oraria più congeniale al grande pubblico?

Spero che si continui su questa strada, altrimenti è chiaro che io cercherò altre strade. Vorrei che ci mettessimo a tavolino per pensare a come proteggere questo prodotto. 

È bizzarro, perché in fondo la Rai e Rai3 nello specifico sembrano il luogo perfetto per il tuo prodotto. 

Ed è la ragione per la quale sono sempre rimasto qui, in attesa di Godot. 

Ed è arrivato?

Non è mai arrivato.