Che ci fa Domenico Iannacone in questa televisione? Dove va con quello sguardo curioso sul mondo, quel tono di voce pacato, quell'approccio tipico di chi è interessato alla sostanza delle risposte più che alla complessità delle domande? Cosa c'entrano le sue pause, le sue riflessioni, le interviste prive del minimo accenno di taglio in una televisione che viaggia a velocità supersoniche, e per certi versi immotivate, incline a divorare il tempo anziché lasciarlo decantare?

"Che ci faccio qui", prodotto dalla Hangar di Gregorio Paolini, ha fatto capolino nel preserale di Rai3 a inizio maggio scorso, segnando il ritorno di Domenico Iannacone dopo l'exploit definitivo de "I Dieci Comandamenti", andato in onda nella prima parte della stagione televisiva che si è ormai conclusa. Basterebbero i numeri a certificare il successo di questo nuovo prodotto, visti gli ascolti più che soddisfacenti in una fascia oraria complessa e caratterizzata da una concorrenza importante.

Ma la questione, allargando il ragionamento, va oltre il parametro algebrico del riscontro di pubblico. "Che ci faccio qui?" si pone un obiettivo che accomuna molti programmi con impostazione simile, raccontare storie. Oltre a provarci questo programma ci riesce, grazie a uno stile narrativo definito e riconoscibile attraverso il quale il giornalista molisano – e Luca Cambi, autore e regista del programma insieme a Iannacone – raggiunge l'obiettivo di esaltare la straordinarietà di storie normali e, contemporaneamente, svelare la semplicità nascosta dietro a vicende che di ordinario hanno ben poco. Con il risultato di concentrare in poco più di venti minuti a puntata racconti su temi d'attualità che chiamano in causa il cuore e la coscienza dello spettatore, guardandosi bene dal passare dalla pancia.

Una serie di elementi che fa di Domenico Iannacone una sorta di presenza aliena sul pianeta Tv, se non altro per quella insistente propensione a ricercare una cosa che la televisione contemporanea tratta come rifiuto: i silenzi.

La stima del successo di "Che ci faccio qui" non può prescindere dalla continuità tra il programma e le caratteristiche della Rai3 che Stefano Coletta dirige da quasi 3 anni. Una rete che sta ritrovando un'identità definita dopo alcuni anni di smarrimento e che oggi vanta una programmazione di titoli storici di grande successo, arricchita dall'innesto di novità legate dall'intento comune di aggregare un pubblico che non trascura il valore delle parole.