2 Novembre 2015
01:13

Roberto Saviano a OpenSpace: “Non lasciate soli noi giornalisti”

L’autore di Gomorra è intervenuto nello show di Nadia Toffa insieme a Enzo Palmesano, cronista licenziato su ordine di un boss della camorra. Un caso clamoroso passato quasi nel silenzio, che offre a Saviano l’occasione per dare una grande lezione di giornalismo: “Bisogna andare fino in fondo e rischiare, difendeteci dall’isolamento e dalla diffamazione”.
A cura di Valeria Morini

A OpenSpace, il programma "spin off" di Le Iene, Nadia Toffa ha intervistato un ospite davvero speciale: Roberto Saviano, che è intervenuto per parlare di Enzo Palmesano, giornalista campano licenziato per ordine della camorra (anche lui ospite del programma). Proprio l'autore di Gomorra è stato il primo a denunciare la vicenda: tra i due c'è un rapporto di lunga data.

Lo definirei un giornalista con la schiena dritta che, con l’ossessione del racconto e della cronaca della criminalità organizzata, ha praticamente reso la sua vita un inferno. Ha contribuito però a custodire una verità che altrimenti sarebbe stata smarrita. Con Enzo, in realtà, ho come iniziato ad annusare il territorio intorno a casa mia. Da ragazzino, insieme a un mio amico, andammo a Pignataro Maggiore, il paese di Enzo. Enzo ci mostrò le ville dei boss. Una volta eravamo davanti alla villa di don Vincenzo Lubrano, dicemmo ai pali che presidiavano la villa di don Vincenzo, che eravamo studenti di architettura che volevamo vedere le bellezze delle ville di Pignataro.

Enzo Palmesano, il giornalista licenziato per ordine della camorra

Proprio con Palmesano, Saviano ha iniziato ad occuparsi del tema della camorra. Il cronista è stato licenziato dal Corriere di Caserta su ordine del boss Vincenzo Lubrano.

Leggerlo mi aveva dato subito la sensazione che si trattasse di un modo diverso di raccontare quella realtà e anche un modo diverso fisico di stare in quella realtà. Al ristorante Enzo li vedeva e lo scriveva, li vedeva incontrare un assessore e lo scriveva, li vedeva star vicino a certi ambienti e lo scriveva. Questo stargli addosso era un modo per toglierli la cittadinanza e impedirgli di ammorbare quel territorio. Le organizzazioni sanno benissimo che verranno raccontate, se non fossero raccontate avrebbero un problema anche loro. Loro vogliono che si sappia una parte della loro attività, perché vogliono intimidire, perché vogliono mostrarsi potenti, ma vogliono che tutto questo resti locale. Chiunque va oltre, chiunque approfondisce, chiunque torna sempre sul quel tema, questo inizia a fare paura. Una volta Maurizio Prestieri, un importante boss del clan Di Lauro, dice: “Noi vogliamo essere, VIPL”, Vip con la L finale. Cioè importanti, ma local. Cioè, localmente tutti “ci devono conoscere, fuori nessuno ci deve conoscere”.

Saviano: "Essere giornalista significa andare in fondo e rischiare"

Nello studio di OpenSpace, Saviano ha offerto una lezione su cosa vuol dire essere davvero un giornalista:

Posso raccontare l’omicidio di Immacolata Capone, una donna che venne uccisa per strada come un boss. Il cronista racconta questo, racconta l’ipotesi della magistratura e chiude. Vado oltre e metto insieme e ipotizzo che quell’omicidio, secondo alcuni elementi che trovi, possa essere legato all’alta velocità. L’alta velocità, cioè Napoli-Roma, l’ha costruita il clan dei Casalesi. Poi vado oltre e vedo le discariche, poi approfondisco e vedo che in quelle discariche ci sono i rifiuti del Nord Italia. Su quelle discariche posso fermarmi, e invece no. Puoi andare avanti e puoi scoprire che quelle discariche poi sono state vendute allo Stato e lo Stato su quelle discariche ha fatto costruire una strada. Quindi puoi andare in superficie, essere tranquillo, evitare le querele, sembrare anche un giornalista che sta raccontando la verità, una verità di tutti. Oppure puoi andare giù, andare in fondo e rischiare.

La denuncia di Saviano: "Nessuno parla di Palmesano, il solito grande silenzio"

Difficile fare giornalismo in territori in cui "per fermare chi racconta queste cose, oltre ad esserci un modo fisico, cioè ti eliminano, c’è l’arte meravigliosa e drammatica, dico meravigliosa ironicamente, della calunnia". Addirittura "Quasi impossibile", secondo Saviano: lo dimostra il fatto che una sentenza del Tribunale ha confermato che Palmesano è stato rimosso dal suo posto di lavoro per decisione della camorra, eppure la storia è passata quasi sotto silenzio:

Enzo ha mostrato, e la sua vita lo dimostra, quanto sia complicatissimo fare questo mestiere in un territorio dove l’isolamento è immediato. Quando ho letto la sentenza, mi aspettavo, confesso, un cataclisma internazionale. Un caso unico in assoluto dove un’organizzazione criminale, secondo una sentenza della Repubblica Italiana, ha chiesto la rimozione di un giornalista. E invece c’è stato il grande silenzio, come sempre.

Perché pochi giornali hanno parlato della vicenda?

 Innanzitutto c’è una specie di meccanismo di mutuo sostegno, cioè “non parliamo troppo dei giornali, domani quel giornale potrebbe essermi utile, il voto all’Ordine potrebbe servire”. Secondo me quindi non si vuole quasi mai, tranne in casi rari, pestare i piedi a editori, giornali… sono tutti in qualche modo legati, vincolati, ricattabili.

"Palmesano lasciato solo come Siani"

Pensando al mondo giornalistico intrecciato all'universo camorristico, è impossibile non pensare alla figura di Giancarlo Siani, assassinato nel 1985. Lo stesso boss Lubrano (imparentato con i Nuvoletta che fecero assassinare Siani), in un'intercettazione, ha accostato il nome di Palmesano a quello del giornalista ucciso:

Il parallelismo è inquietante. Giancarlo Siani viene ucciso negli anno ‘80, giornalista abusivo, quindi senza contratto, del Mattino. È interessante ricordarlo soprattutto per il pubblico più giovane, perché Giancarlo Siani non fa semplicemente il lavoro di cronista. Per 10 anni fu detto che Siani era stato ucciso per storie riguardanti donne, storie riguardanti droga, non si capiva… Era andato in una casa chiusa e aveva visto un magistrato… Tutte balle. Il meccanismo di delegittimazione è il meccanismo più forte che c’è per isolare chi scrive, per spezzare la vita, l’immagine e il quotidiano di chi scrive. E io mi sono così impegnato in prima persona sulla vicenda Palmesano perché ero infastidito e perché volevo anche vendicarmi della solitudine a cui l’hanno costretto.

Ed ecco che Saviano offre a tutti una grande lezione di moralità e responsabilità civile, spiegando cosa possiamo fare tutti noi per chi coraggiosamente sceglie di scrivere di questi argomenti:

Innanzitutto difendere queste figure dalla diffamazione e dall’isolamento. Poi quello che si può fare è capire, capire che c’è molta differenza tra chi approfondisce e tra chi sbandiera che tutto è mafia. Bisogna smettere di tifare e bisogna stare vicino alle parole di chi racconta. Prendetevi tempo, approfondite, capite, questa è la cosa migliore che può fare una persona, una donna o un uomo che vogliono stare vicini a chi racconta le mafie.

Infine, sulla possibilità di rientrare in Italia:

All’estero, quando mi accolgono e quando non cercano di cacciarmi perché creo problemi, sto meglio. Però insomma spero di tornare.

 
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