Non ci riesco, sul serio. Non riesco a esaltare "il coraggio del campione", non riesco a seguire l'esempio di tutti i leader di partito in cerca di consensi su Facebook. Non riesco a fare come alcuni cantautori finiti nel dimenticatoio o come i giornalisti di settore che, pubblicando il santino di Sinisa Mihajlovic con il viso smunto e provato dalle cure contro la leucemia, empatizzano e rilanciano: "La Serie A l'ha già vinta lui!". Mi assumo le responsabilità delle mie opinioni, consapevole di entrare in un terreno assai scivoloso, per non dire altro. Non riesco ad accodarmi al puntualissimo carrozzone della solidarietà perché ci vedo una insana strumentalizzazione mediatica della sua sacrosanta battaglia. La discrezione della normalità, in certi casi, è la migliore risposta, la migliore cura a tutti i mali.

Soprattutto, non riesco a empatizzare con Sinisa Mihajlovic perché la sua idea politica, e quindi anche il suo modo di vivere, non mi è mai andata a genio. Nazionalista serbo, nostalgico del regime di Milosevic, sostenitore e amico del criminale Željko Ražnatović, la tigre Arkan onorata pure dalla curva laziale sotto suo suggerimento, responsabile di indicibili violenze negli anni delle guerre jugoslave, incriminato per genocidio e pulizia etnica. Parliamo, per fare due numeri, della responsabilità di quasi 40mila persone uccise. Per non parlare delle "opere di bene" fatte sul campo di calcio, punizioni da 35 metri a parte: dal ‘negro di merda' a Patrick Vieira agli sputi ad Adrian Mutu.

"Cose che succedono sul campo da calcio", proverà a derubricare qualcuno. E ancora: "La politica va messa fuori dal pallone". Eh no, politica e pallone da sempre vanno a braccetto come suggerì Adriano Sofri in un ruggente editoriale su Il Foglio e in una successiva replica sull'edizione fiorentina del CorSera, quando l'allenatore prese la panchina della Fiorentina nel 2010. Parole che faccio mie, che assumo come anticorpi a chi tenterà di convincermi che la battaglia di Sinisa sia una verbena per il suo passato:

Delle sue opinioni, direte, chi se ne frega: dopotutto deve fare l’allenatore di calcio, non il militante politico. Be’, non esattamente. Lui ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni, e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati. […] La politica e il calcio si sono mischiate da sempre, e sempre peggio. Quanto a me, sostengo senza riserve la libertà delle idee, politiche e non, di ciascuno. Ma c’è un equivoco. Io parlo del sostegno militante e mai ripudiato (anzi, sempre ribadito) che Mihajlovic ha offerto a crimini e criminali di guerra.

Per questo motivo, in un momento storico in cui l'esaltazione del nazionalismo rischia di mandarci tutti al baratro, preferisco per questo tirarmi fuori dal coro dei "campione", "guerriero" e "hai vinto tu" perché per me non ha vinto un bel nulla. Combatte la sua malattia con grande dignità, come tanti nella sua posizione. E basta così.