Sono le vicende istituzionali di queste ore a suggerirci, sottovoce, come questo sia il momento più sbagliato per abbandonarsi al populismo, ma è davvero difficile trovare toni diversi per dare voce al disappunto che deriva da quanto stia accadendo in tv in queste ore. La saga per la formazione di un governo, seppur provvisorio, è poco chiara persino ai più fini analisti politici, ma certamente non è palese ai telespettatori delle reti generaliste, che da ore assistono a una infinita messa televisiva per dare un nome alle insolite vicissitudini di queste ore. Andremo a votare tra due mesi? Avremo un governo tecnico guidato da Cottarelli? Chiederemo assistenza a una figura solenne e incontestabile, quale al momento potrebbe essere solo Papa Francesco? Non conosciamo le risposte.

Ma se è in fondo legittimo che in questa sede non si provino a sciogliere i nodi della crisi di governo, pare assurdo che la stessa cosa valga per le tre reti principali della Rai. Il servizio pubblico televisivo è il grande assente di questa partita nella quale le emittenti sono chiamate a informare e, se si vuole, a unire un paese sull'orlo di un inarrestabile disgregazione. E se sulle reti Mediaset sono andate in scena le fantasiose e a tratti irreali interviste politiche di Barbara d'Urso a Luigi Di Maio e Matteo Salvini; se La7 continua a macinare ore di diretta con gli immobili corazzieri del Quirinale a fare da sfondo alle analisi e gli inseguimenti di Paolo Celata, la Rai ha fatto il minimo sindacale per offrire degna copertura degli eventi, oltre che una lettura definita dei fatti.

Al netto degli speciali di #CartaBianca e Porta a Porta e dei contenitori quotidiani di informazione politica, che pure hanno ottenuto buoni risultati in termini di ascolti, a viale Mazzini non hanno evidentemente ritenuto il caso di alterare in maniera sostanziale le programmazioni delle tre reti principali nei due giorni in cui un uragano sembra essersi abbattuto sui palazzi della politica. E così mentre Cottarelli arrivava nella mattina del 28 maggio al Quirinale, i tre canali principali del servizio pubblico si dividevano tra ricette, consigli medici e "I fatti vostri".

Si dirà che la Rai ha una rete all news che ha effettivamente seguito, gli sviluppi della situazione di governo, ma siamo davvero sicuri che i telespettatori di Rai 1 volessero guardare L'Eredità di Carlo Conti mentre Paolo Celata incontrava "per puro caso" Giuseppe Conte nei pressi di Monte Citorio riaccendendo improvvisamente, tramite una diretta televisiva, la possibilità di un clamoroso colpo di scena?

L'impressione è che dalla Rai sia arrivata nei confronti di La7 una specie di genuflessione, l'ammissione di una subalternità rispetto al racconto della nascita (o la morte in culla) di un possibile governo per il paese. Che il marchio della "Maratona Mentana" sia pressoché inscalfibile e che tutta la programmazione di La7, da "Coffee Break" a "L'Aria che Tira", passando per "Tagadà", stia facendo un lavoro egregio ripagato dai numeri, è cosa chiara. Ma che la Rai alzi bandiera bianca e lasci svolgere ad una emittente privata il ruolo di servizio pubblico, è cosa che fa riflettere. Soprattutto chi paga il Canone.