Joe Bastianich è uno senza troppi peli sulla lingua e quando ha una cosa da dire, la dice sempre in modo chiaro e netto. Ad esempio, quando ai Lunatici, il programma radiofonico notturno di Radio 2, gli hanno chiesto cosa pensasse di Chef Rubio e se lavorerebbe con lui, il giudice di Masterchef e concorrente della prima edizione di Amici Celebrities, ha detto senza mezze misure:

Se assumerei mai Chef Rubio in un mio ristorante? Non so neanche chi sia. L'ho sentito nominare, ma non ho mai visto un suo programma. Non so chi è.

È solo uno dei passaggi della lunga chiacchierata in radio, ma forse la frase più interessante, perché compara due professionisti dello stesso ambito televisivo, che hanno però un approccio completamente diverso all'utilizzo della propria influenza sul pubblico. Se Chef Rubio usa la sua popolarità come uno strumento per dei messaggi che vadano oltre l'ambito strettamente culinario, recentissima la polemica per le sue parole sulla sparatoria di Trieste, più moderato è invece Bastianich. L'invasione dei fornelli in TV ha d'altronde generato una corrispettiva invasione di chef ed esperti di cucina tradotti in personaggi del mondo dello spettacolo, che per appartenenza a uno stesso ambito vengono spesso messi spesso a paragone tra loro, o chiamati a commentare parole dei colleghi.

Il giudice di Masterchef ha, ad esempio, una grande passione per la musica, come racconta a I Lunatici: "È sempre stata parte della mia vita, ho sempre suonato. Ora ho deciso di farlo in maniera più pubblica, era il momento. La musica mi dà la possibilità di esprimermi in modo molto diretto, divento un'altra persona". Una passione che ha trovato sfogo nella partecipazione ad Amici Celebrities (per qualche settimane si è anche parlato di un suo ruolo a X Factor come giudice), ma che lui non ha mai abbandonato:

"Ho iniziato a suonare la chitarra da piccolo. Sono nato in America da migranti italiani, ho suonato, vissuto e conosciuto la musica per sentirmi un americano vero. Poi nella vita ho fatto tutt'altro, ora ho l'opportunità di tornare a suonare. Alla fine degli anni '70-'80, a New York, ero un bambino italo-americano. Sono cresciuto in periferia, non ero solo: cercavamo tutti di trovare un'altra vita. Italiani, polacchi, greci, slavi… Stavamo tutti insieme, c'era uno scambio culturale molto importante nella sua semplicità"