È una storia terribile quella di Stefano Cucchi, una storia che ha trovato rappresentanza nella forza granitica della sorella Ilaria, vero monumento di questi 9 anni di lotta senza quartiere di cui si è fatta carico per potere restituire dignità al fratello massacrato. Ci è riuscita dopo anni difficili, bui, anni durante i quali non ha trovato l’appoggio che le istituzione le avrebbero dovuto, né il supporto di quella giustizia che ha tentato senza successo di relegare Stefano al ruolo di reietto. Ilaria ha fatto muro ed è riuscita a far emergere quella verità che lei stessa aveva intuito fin dall’inizio. È lei stessa a raccontarlo, ospite di Mara Venier a Domenica In:

Quella verità che avevamo chiara, oggi finalmente entra in un aula di giustizia. Sai quanto è costata a tutta la nostra famiglia dimostrare che la verità era quella? Davanti al corpo martoriato di mio fratello mi venne in mente la storia di Federico Aldovrandi. Fabio Anselmo, l’uomo che sarebbe diventato il mio avvocato, mi consigliò di scattare le foto. Non sapevo niente di giustizia ma Fabio ne sapeva più di me. Quella scelta è stata determinante. Quel corpo parlava. Siamo andati avanti in tutti questi anni perché sapevamo bene qual era la verità e che avremmo trovato il modo di farla venire fuori. Non potevo immaginare tanto, che una delle persone coinvolte confessasse. È una cosa che non succede mai. È un’enorme svolta in questa vicenda giudiziaria.

Gli anni di dipendenza e l’arresto

Ilaria racconta il giorno in cui Stefano è stato arrestato, quel fermo e la successiva perquisizione in casa dei suoi genitori: “Noi eravamo convinti che il problema della droga fosse uscito per sempre dalle nostre vite. Sono stata molto critica con mio fratello. Lo amavo più di tutti al mondo, ma ero anche la sua peggior nemica. Ero sempre attenta a cogliere quei segnali che avevamo imparato a riconoscere negli anni della droga. Non ne avevo colto nessuno in quel periodo. Stefano mi chiamò qualche giorno prima dell’arresto, mi disse che si sentiva solo e che era tutto difficile per lui. Ci credevo: aveva affrontato il recupero e ne era uscito come una persona diversa, come quel fratello che la droga mi aveva fatto perdere. Lui diceva sempre che si stava riprendendo la vita. Aveva ripreso a lavorare con me e nostro padre, e in più stava coltivando la passione per la boxe. Quella sera fu fermato insieme a un amico e accusato di avergli ceduto della droga”.

Nessuna generalizzazione verso l’arma

Ilaria, spinta dalla padrona di casa, ammette di non avere mai generalizzato in merito alle colpe ricadute sull’arma, diversamente da quanto qualcuno, anche molto in alto, avrebbe voluto far credere: “Ci sono persone che sentono l’esigenza di difendere l’arma in questo momento. Ma nessuno ha messo sotto accusa l’arma. Stiamo parlando di singole persone che hanno commesso un fatto, non dell’istituzione. Capisco che abbiamo un problema nel momento in cui i carabinieri che vengono a testimoniare hanno paura di raccontare quello che sanno. Vediamo il trattamento riservato al carabiniere Riccardo Casamassima, colui che ha fatto in modo che si riaprisse il processo. La stragrande maggioranza delle persone che indossano la divisa sono persone perbene e io ne sono consapevole”.

La dimensione umana del detenuto Stefano Cucchi

Ilaria ha voluto raccontare suo fratello Stefano nei panni del giovane uomo che è stato, al di là dello stereotipo che gli è stato cucito addosso: “Mio fratello era bello dentro, sapeva cambiarti la giornata perché aveva sempre un sorriso o una battuta, il suo affetto si sentiva forte. Ricordo una cosa di Stefano, mi chiedeva continuamente se ero felice. Lo percepivo il bene che mi voleva”. Gli anni difficili hanno rappresentato il giro di boa nella vita del fratello:

Mi sono accorta del suo cambiamento. Era un ragazzino splendido e piano piano, con l’adolescenza, ha iniziato a cambiare, a incupirsi. Aveva l’espressione di chi aveva qualcosa da nascondere. Lo abbiamo compreso con il tempo perché non lo riconoscevamo più. C’è stato un momento in cui lui per primo ha capito che non poteva andare avanti così. Lì ho ritrovato mio fratello. Ha scelto di andare in comunità e di intraprendere questo percorso che gli avrebbe consentito di riprendersi la sua vita. Gradualmente ho ritrovato mio fratello. Sapeva fare la differenza nella vita di una persona. Mi manca tanto. Anche se domani dovesse tornare, nulla mi toglierebbe il dolore che ho provato in tutti questi anni. Quello che mi dispiace di più è il fatto che ai miei figli sia stato privato di crescere con mio fratello. Mi hanno ferito tutti gli insulti rivolti a Stefano. Noi siamo una famiglia perbene che nelle istituzioni ha sempre creduto. Ci ha fatto male non essere stati rispettati, ci ha fatto male essere sottoposti a una seconda violenza. Ci siamo trovati a dover dimostrare l’innocenza di Stefano. Ci avevano raccontato che mio fratello era caduto dalle scale, che quelle botte non c’erano mai state. Quella verità è stata negata.

La riconoscenza verso l’avvocato Anselmo

Ilaria riconosce gran parte dei meriti legati a questa storia a Fabio Anselmo, l’avvocato che non l’ha mai abbandonata e che con il tempo è diventato il suo compagno: “Fabio dice sempre che è quasi dispiaciuto di conoscermi, perché lo ha fatto dopo che è morto mio fratello. Io invece credo sia un regalo di Stefano. Mi sono innamorata di Fabio quando l’ho visto lanciare la toga in aula. Quella volta fecero una domanda per insinuare che avessimo abbandonato la cagnolina di Stefano. Fabio si tolse la toga urlando ‘Io vengo qui tutte le settimane a spese di questa famiglia e qui si fa un processo al morto’. Era lì che cercava di spiegarci cosa stava succedendo, è stato un eroe che ha combattuto da solo contro tutto e tutti”.

Il pestaggio subìto da Stefano Cucchi

Ilaria ricostruirli quindi il pestaggio subìto dal fratello e adesso ammesso : “Quella notte tornò a casa accompagnato dai carabinieri per una perquisizione. Fu anomala, effettuata solo nella camera di Stefano poi loro non vollero vedere altro. Oggi sappiamo che Stefano poco dopo venne portato in caserma per le foto segnalamento e lì avvenne quel violentissimo pestaggio sul corpo fragile di mio fratello. In questi anni si è parlato spesso della sua magrezza. Sapere che quei due carabinieri lo hanno preso a calci e schiaffi mi fa male, pare perché lui non volesse fare le foto. Negli anni addietro il carabiniere Mandolini ci raccontò che Stefano era molto simpatico, che non voleva farsi prendere le impronte per non sporcarsi le mani. Quelle persone che giurarono e raccontarono il falso sono i principali responsabili di questa enorme perdita di tempo”. E quando le chiedono i motivi di quel terribile pestaggio, Ilaria sostiene:

Non è stato curato perché mio fratello era un ultimo, è stato vittima del pregiudizio. È morto non solo per quelle botte, non solo perché il giorno dopo, quando è comparso in quell’aula di tribunale, non hanno saputo vedere oltre il pregiudizio. In quei giorni mio fratello è stato visto da 150/160 persone e nessuno ha segnalato quanto stava accadendo. Ci veniva detto che Stefano era tranquillo. In realtà lui era agonizzante, altro che tranquillo. È morto di dolore nel disinteresse generale. È morto pensando che noi lo avessimo abbandonato, non era così. I miei genitori erano fuori da quella porta, in giro per Roma alla ricerca di un’autorizzazione. Nessuno si è premurato di dire loro in che modo procurarsi quel permesso. Mio padre l’ha ottenuto la mattina del 22 quando suo figlio era già morto. Mia madre lo venne a sapere con la notifica dell’autopsia. Nessuno si era degnato di chiamarci. Mia madre era a casa, con mia figlia di un anno in braccio, e si vide recapitare un foglio sui cui c’era scritto che il cadavere di suo figlio sarebbe stato sezionato di lì a poco. Me le ricordo le urla dei miei genitori, il pianto e le imprecazioni. Ero rimasta fuori perché non volevo entrare ma quando ho sentito il loro pianto disperato mi sono fatta forza. Quello che ho visto è qualcosa che non potrò mai dimenticare.

Le foto che hanno invertito l’esito del processo

Infine, Ilaria ricorda il momento in cui ha mostrato le fotografie del corpo senza vita di suo fratello Stefano, trasformato dalle botte subìte: “Quella fotografia l’ho mostrata in un giorno molto significativo, il giorno della sentenza di assoluzione di tutti. Dopo 5 anni di battaglie tutti venivano assolti per insufficienza di prove. Doveva essere la fine di tutto ma fu l’inizio. Fuori dall’aula c’eravamo Fabio, mio padre e io. Fabio si tolse gli occhiali e cominciò a piangere. Mi spiegò che avevamo perso perché avevano assolto tutti. Io continuavo a ripetere che avevamo vinto. Per la prima volta in un’aula di giustizia di ammetteva il fallimento della giustizia, che Stefano era stato picchiato ma che la giustizia non era stata in grado di dimostrare quali erano i responsabili. Fabio aveva già fatto vedere in aula quelle foto, io le presi e le mostrai anche fuori dall’aula. In quel momento i primi testimoni hanno trovato il coraggio di parlare. Sono state fatte finalmente delle indagini serie. La giustizia di cui Stefano era morto stava per dimostrare di sapere essere rigorosa anche con se stessa”.