La speranza è quella di esserci lasciati alle spalle i giorni più difficili, quelli del lockdown, quando l’Italia ha cominciato a blindarsi a partire dalla Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia di coronavirus. Ma quei giorni resteranno marchiati a fuoco nella memoria di chi li ha vissuti in prima linea. Non solo negli ospedali, al cui personale andrà l’eterna riconoscenza degli italiani, ma anche in tv. Chi ha continuato a fare intrattenimento ha reso agli italiani un servizio impagabile, ha contribuito a tenere alto il morale, in attesa che i giorni più difficili passassero. Anche loro, lavoratori come gli altri, hanno rischiato in prima persona. Lo sa bene Gerry Scotti che al Corriere della Sera ha raccontato di essersi comprensibilmente chiesto se fermarsi, ponendosi a distanza dal caos di quei giorni infernali:

Quando la Lombardia ha chiuso, io per un momento, mi sono detto: cosa faccio? Mi sono consigliato con la mia famiglia. Ci eravamo resi conto, di colpo, che il pericolo era vero e ancora sconosciuto. Così ho parlato con la mia compagna, con suo figlio che vive con noi, con mio figlio. Il mio editore è stato molto carino. Piersilvio mi ha detto: “Se non te la senti, non farlo: il contratto è una cosa, il nostro rapporto un’altra”. Ho sentito anche Michelle, che ha delle bimbe piccole. Quindi ho deciso.

Nello studio di Striscia la notizia durante il lockdown

Gerry ha deciso di esserci, ha voluto restare benché appartenesse a quella categoria di italiani – i 60enni – che sarebbero stati definiti a rischio. È rimasto anche Antonio Ricci, che ha lasciato la regia per scendere in studio, vicino a quanti lo hanno aiutato a far sì che Striscia la notizia restasse in onda. Conduttori, tecnici, autori e addetti al lavori. Gerry li ricorda, e ringrazia, tutti:

Lo  studio senza pubblico… Il cambiamento è stato radicale. Ma quando ho debuttato a Striscia, 23 anni fa, trasmettevamo da due piani sotto terra e senza nessuno. Per certi versi, è stato un tornare alle origini. Guanti, mascherine e misurazione della febbre sono diventati automatismi. È meno facile vedere gli autori a cinque metri uno dall’altro, sarte e tecnici sparpagliati sugli spalti dello studio vuoti… perfino Antonio Ricci ha rinunciato a stare in regia e si è messo lì, per farci sentire non abbandonati. I capannoni Mediaset di solito pieni di gente e ora sigillati fanno impressione. D’improvviso avere 60 anni significava, come ha detto anche Fiorello, essere più a rischio. Antonio però mi ripeteva: “Non ti preoccupare, siamo più cattivi del virus”. Abbiamo preso per mano gli spettatori nei giorni della paura cieca. A modo nostro, esorcizzando, ma la satira è satira e le sue regole non le ho scritte io. Quando con Striscia siamo stati definiti dalle autorità “attività necessaria” mi ha inorgoglito. Non siamo infermieri e nemmeno gommisti, ma è stato bello sentirsi dire che quell’ora di diretta scanzonata fosse un servizio necessario.

L'appello di Gerry Scotti

Il timore per il futuro è una sensazione che, oggi più che mai, accomuna i lavoratori di ogni settore. La televisione non fa differenza. “In tv la caduta ci sarà subito dopo l’estate. Le risorse dei vari magazzini stanno finendo. La musica si è data da fare per prima, perché ha preso il colpo più forte. Ma anche noi addetti ai lavori della tv dovremmo organizzarci: dietro ogni volto famoso girano un centinaio di persone. Gente che ora è a casa da mesi” dichiara Scotti che si augura di poter ripartire insieme ad altri grandi volti della televisione, gli amici di sempre ai quali propone di pensare a un progetto che aiuti la televisione, e quanti vi lavorano, a ripartire:

Ho degli amici in tv, Carlo Conti, Amadeus, Fiorello, Maria De Filippi. Ci scambiamo spesso pareri ma non abbiamo mai pensato di trovarci e fare qualcosa. La tv deve ripartire da noi. Quindi lancio l’appello: troviamoci prima dell’estate e pensiamo a qualcosa. Anche il mondo della radio si sta organizzando, unendo gli editori. La tv, spesso data per morta, è vivissima: tocca a noi aiutarla.