Nell'era in cui la nostalgia e la riproposizione di programmi di successo domina la realtà televisiva, il ritorno in Tv di "Chi vuol essere milionario?" pare aver destato meno attenzione di quanto si credesse. Il quiz show condotto da Gerry Scotti, in onda per quattro prime serate nel periodo natalizio, torna in onda a vent'anni dalla prima stagione, dopo aver fatto vincere diversi milioni di euro agli oltre 1000 concorrenti che hanno preso parte all'edizione italiana, aver forzato le regole del quiz così come era concepito in Italia prima del suo arrivo.

Ma non solo in Italia, perché "Chi vuol essere milionario?" è stato, con buona probabilità, il più influente tra i format televisivi degli ultimi decenni. Fenomeno di portata planetaria, ideato in Gran Bretagna da David Briggs, Mike Whitehill and Steven Knight esportato in 108 territori diversi e in grado di rivoluzionare le regole basilari di quello specifico genere televisivo. Al netto di tutta l'aneddotica che giace alle spalle di questo format (ad esempio, sapevate che la produzione era assicurata contro la vincita del fatidico milione?), ci sono alcuni elementi che giustificano la definizione di super format che gli studiosi hanno attribuito a "Chi vuol essere milionario?". Un format, al pari del Grande Fratello, Survivor e Idols, che non è stato solo un successo, ma dopo il quale non è stato più possibile tornare indietro.

Il tempo

La prima e forse principale innovazione introdotta dai creatori di "Chi vuol essere milionario?" è certamente quella della totale assenza di limiti di tempo entro i quali i concorrenti debbano fornire la risposta. Caratteristica che è in un certo senso in controtendenza con i ritmi serrati della televisione moderna. Il conduttore è chiamato a sottolineare a più riprese che c'è tutto il tempo per riflettere e questa soluzione si rivela vantaggiosa al fine di esaltare le capacità dei concorrenti, evidentemente selezionati perché capaci di argomentare un discorso e non limitarsi unicamente la risposta.

L'emotività del concorrente

L'assenza del vincolo temporale è l'innesco per dare spazio al pathos del concorrente. Lo studio, la scenografia, le luci e le inquadrature di "Who wants to be a millionaire" non avevano nulla a che fare con il tipico stile dei quiz televisivi, più gioviali e in un certo senso dinamici. La natura "lenta" di questo format era funzionale al sondare in profondità l'emotività del concorrente, la pressione. La struttura prevedeva due camere puntate solo sul volto del concorrente e i momenti più sentiti sono, spesso, i silenzi, i grandi momenti di tensione di chi sta prendendo una decisione fondamentale per la propria vita.

Un montepremi senza precedenti

Tutt'altro che irrilevante l'aspetto della vincita. "Chi vuol essere milionario", che prima del passaggio all'euro dalle parti nostre faceva riferimento ai miliardi, era il primo quiz televisivo in grado di mettere in palio un montepremi di tale entità. Nell'edizione italiana sono stati solo tre i concorrenti in grado di arrivare a completare il percorso e aggiudicarsi il massimo premio: nel 2001 Francesca Cinelli, nel 2004  Davide Pavesi e nel 2011 Michela De Paoli (che oggi racconta di essere disoccupata e affossata dalla crisi). Una curiosità fondamentale è che "Millionaire" era assicurato contro la possibilità che un concorrente potesse arrivare a vincere la cifra fatidica.

Le domande a risposta multipla

Altra novità di grande rilievo, che sarebbe poi stata imitata da moltissimi quiz negli anni successivi, l'introduzione della risposta multipla. A differenza di altri quiz "Millionaire" aveva questa sola tipologia di risposta ed erano stati introdotti i celebri aiuti, che permettevano al pubblico di interagire, aiutando il concorrente. Che aveva altri due supporti possibili: l'aiuto da casa e il 50/50 che eliminava due delle possibili risposte (nell'edizione del ventennale in corso è stato aggiunto l'aiuto del conduttore).

La bibbia di Chi vuol essere milionario

Da un punto di vista strettamente televisivo, questo format aveva una struttura identica in tutti i paesi del mondo, con possibilità di interventi e variazioni minime. Una vera e propria bibbia, come la definisce Jean K. Chalaby nel testo "L'era dei format":

Nel programma sono permesse soltanto minuscole variazioni locali, poiché la maggior parte delle opzioni è definita nella "bibbia", compresi la musica, i titoli di testa, il tipo di conduttore e di domande, il set in studio, le luci, persino i movimenti della telecamera. Questa decisione è stata dettata dalla necessità di proteggere i meccanismi dello show, ma anche dal bisogno di conservare la coerenza del brand nei diversi mercati.

Un aspetto, continua Chalaby, che ha una motivazione di tipo soprattutto economico, visto che questo approccio permetteva alla produzione di proteggere i diritti ancillari del programma, venduti separatamente rispetto a quelli televisivi e capaci di fruttare enormi introiti per la produzione. Un metodo che negli anni sarebbe diventato riferimento importante per molti altri format.

Sono tanti, insomma, gli aspetti tecnici da prendere in considerazione, ma non è un caso che a vent'anni di distanza ci ritroviamo di nuovo in televisione uno show televisivo di tale potenza da riuscire a combattere le abitudini del tempo. Negli studi a tutti i presenti nel pubblico è stato impedito di introdurre telefoni cellulari e ad oggi risulta del tutto impossibile immaginare un luogo contenente centinaia di persone tra le quali nemmeno una abbia uno smartphone in tasca da consultare.