"Ognuno di noi ha una percentuale di vita sconosciuta al proprio compagno di vita. Ed è uno spicchio di varia grandezza, ma vitale. Un punto in cui non si è quello che ormai si crede di essere, se si guarda a se stessi soltanto con l’occhio di chi ti guarda sempre, cioè la persona con cui vivi". La spiegava così bene Francesco Piccolo ne "La separazione del maschio" (2008) che me la sono tatuata nella memoria, impaziente di poterla riciclare in qualche discorso, magari a tavola tra amici, magari per fare punti esperienza, catturare l'attenzione o più semplicemente essere tacciato di immorale irrequietezza impenitente. E invece, tocca citare uno dei tanti spunti di un romanzo tra i più lucidi sulla condizione umana e del rapporto con il sesso e con le donne per provare a parlare di "Black Mirror" partendo da uno degli episodi più interessanti, "Striking Vipers".

Proprio l'episodio con Anthony Mackie (il Falcon degli "Avengers") e Yahya Abdul-Mateen ("Aquaman") è probabilmente l'unico che prova ad alzare l'asticella di tutta l'opera di Charlie Brooker. Al netto di qualsiasi spoiler, "Striking Vipers" indaga quello che succede all'essere umano quando la vita si sedimenta sulla comfort-zone, alle vie di fuga che ci si può procurare con la tecnologia e alla difficoltà di far coesistere due vere e proprie espressioni di sé. Lo stesso tentativo che il protagonista de "La separazione del maschio" prova a fare continuamente, ma senza l'utilizzo della tecnologia. "Striking Vipers" ha una logica quindi che è abbastanza chiara, del tutto simile ad episodi precedenti: la ricerca di una identità e di una felicità in un mondo virtuale, come alternativa a una vita reale più piatta. Qualcuno può obiettare – e c'è chi sui social lo ha già fatto – che il finale è un compromesso melenso stile "L'ultimo bacio" di Gabriele Muccino. Semplificando, è probabilmente così.

"Smitheeren", il secondo episodio della quinta stagione dell'antologia, gioca a fare la morale alle grandi aziende del momento, muovendosi su atmosfere care al franchise. La follia di un uomo che non ha nulla da perdere e cerca vendetta nei confronti di questa "Smitheeren" che ha tutta l'aria di essere qualcosa di molto vicino a Facebook. È un episodio in cui la tensione cresce minuto dopo minuto fino al colpo di scena finale, per nulla imprevisto.

Il terzo e ultimo episodio è quello con Miley Cyrus: "Rachel, Jack e Ashley Too". È anche l'episodio all'apparenza più distante dal terrore psicologico che ci ha procurato la serie. È il sogno adolescenziale di una ragazza che vorrebbe a tutti i costi essere Ashley O, che Miley Cyrus interpreta quasi come alter ego di se. Di contro, la popstar si sente ingabbiata nel suo personaggio, vorrebbe uscirne ma la sua dispotica manager-zia non vuole saperne. In questo scenario, si inserisce la commercializzazione di una voice-assistent, come Google o Alexa, dotato di intelligenza artificiale e realizzato sulle forme di Ashley O. L'episodio ci porta quindi nel campo dell'industria musicale legata al consumo di massa degli adolescenti.

In definitiva, nonostante l'intrattenimento godibile, riusciamo a fare tanta fatica nel trovare qualcosa di buono rispetto a quella rivoluzione che "Black Mirror" ha fatto dal 2011 in poi. La risposta è stucchevole e scontata: le cose sono andate così veloci per tutti, che gli esempi apocalittici e distopici che la serie proponeva sono stati tutti superati. Quando è uscito il primo episodio di "Black Mirror" non avevamo gli assistenti vocali in casa e le luci che si accendono e si spengono a comando mentre buttiamo la pasta impostando un timer, non tutti avevamo ancora ben chiaro il concetto di "social network", né dove la logica che ne è derivata ci ha portato. Ora che ci siamo arrivati, politicamente e culturalmente, a quel punto in cui "Black Mirror" ci lasciava specchiare per mostrarci il futuro, non c'è più nulla che francamente ci sorprende.