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Sua Televisività Servizio Pubblico

Giovedì sera Beppe Grillo ha sbattuto una porta in faccia a Michele Santoro. Cattivo segno visto che le reazioni del comico alle domande sono cartina tornasole di ciò che oggi, in Italia, sia più, o meno, al passo coi tempi.

Sua Televisività Servizio Pubblico.

C’era qualcosa di stridente nell’ultima puntata di Servizio Pubblico, andata in onda giovedì sera. Ad eccezione dei soliti punti fermi che Santoro si porta dietro ormai da anni, non si è ancora ben capito se la rivoluzione apportata dal movimento sviluppatosi nel principio dell’autunno scorso, il grande Servizio pubblico partecipato dalla gente, sia una rivoluzione in senso parziale o se costituisca seriamente il grande passo verso un’informazione libera. A giudicare dall’ultimo giovedì si opterebbe per la prima soluzione. Non è solo la scelta degli ospiti Stefano Fassina e Alessandra Mussolini (il cui fastidio espresso rischia di prevaricare qualsiasi giudizio imparziale sui concetti espressi), quanto la Televisività insita nella configurazione di base del programma. La dialettica tra due parti opposte, le due sedie sistemate come fossero i due fuochi dell’azione che si svolge, le liste di ospiti che non riescono a tenersi lontane da quelle dei membri di partito, sono tutte caratteristiche estetiche e ideologiche che rimandano ad una maniera di fare informazione assolutamente atavica, forse immortale, ma che appartiene ad un linguaggio convenzionale e obsoleto, almeno guardando a come si muovano le nuove generazioni.

Sia chiaro, Servizio Pubblico è di certo tra i canali più fluidi ed efficienti del paese in merito alla trasmissione di notizie. Il migliore programma su scala nazionale. Ma, tenendo presenti i termini di paragone ed il livello medio, può questo elogio essere sufficientemente edificante? L’altra sera si è trattato, per forza di cose, del tormentone Beppe Grillo, sempre (onni)presente in fase pre – elettorale, divorato con l’avidità con cui ci si accanisca su un aperitivo che si fugge al momento del pranzo (per completezza si consiglia di dare un’occhiata all‘articolo di sabato scorso sulla lotta di Grillo a cercare vie comunicative diverse). Michele Santoro si è preso una porta sbattuta in faccia, il niet del comico genovese a rispondere alle sue domande. Ebbene: che non si sottovaluti questa cosa. Il credo politico del popolo nei confronti del Movimento cinque stelle potrà essere indeciso, timoroso di un’ennesima fregatura. Sarebbe tutto giusto. Ma la certezza è che quel movimento è strenuamente determinato, pure perdendoci nell’immediato, nel rifiutare di comunicare tramite mezzi che non riconosce come imparziali, che bolla con l’etichetta del vecchio, perché appartenenti ad una maniera di fare le cose che è metabolizzata appieno da quel sistema che il movimento vuole destrutturare.

In parole povere: per Grillo sarebbe molto più semplice andare a Servizio Pubblico a fare comizi, guadagnerebbe forse più consensi, visto il volume degli spettatori e l’effetto che su questi possa scatenare, ma si rifiuta perché lo considera una rivoluzione a metà. Oppure considera semplicemente la Tv come non rivoluzionabile, ma in questo non avrebbe tutte le ragioni. Michele Santoro, dopo il servizio (video in alto), si è esibito nel tentativo di porsi in bella luce, provando a persuadere Grillo, e soprattutto gli spettatori, di una voglia di pluralità e della sua volontà di dare voce a chiunque, che non erano il punto centrale della questione. E che per favore si eviti la tiritera secondo la quale non si diano risposte perché si è come tutti gli altri politici: i motivi del silenzio, in questo caso, sono ben diversi. Se a Servizio Pubblico non l’hanno capito, o gli fa comodo eludere questa verità, il problema di fondo è proprio questo. Ecco la Televisività, l’unico probabile elemento marcio del programma. Auguriamo a Santoro di curarsene, ove mai ne fosse davvero affetto.

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