"Post-verità". Per Monica Maggioni, presidente del CdA Rai, il tetto allo stipendio di artisti e conduttori che è stato imposto dal governo Renzi produrrà effetti negativi sul servizio pubblico, favorendo la concorrenza e facendo in modo che presentatori e professionalità abituate a stipendi molto più alti lascino la Rai per andare altrove. Una lunga lettera pubblicata per intero dal Corriere della Sera e in cui la Maggioni non nasconde le criticità di un sistema che produrrà "un indubbio danno all'azienda escludendola da qualsiasi dinamica di mercato".

Stiamo assistendo a un dibattito che sconta una evidente deriva populista che rischia di minare il valore del Servizio pubblico. Quando si deve criticare la Rai ci si rifà spesso alla Bbc. Ebbene, nel Regno Unito non si è mai nemmeno ipotizzato di stabilire un tetto agli stipendi dei talenti artistici. Una autorevolissima fonte della tv pubblica britannica, cui ieri raccontavo delle nostre vicende, ha definito «outrageous» l’idea di un tetto stabilito per legge con la quale qualsiasi competitività sarebbe negata e mi ha ricordato che vi sono professionisti che per Bbc guadagnano milioni di sterline l’anno (un discreto numero si assesta tra i 450 mila e i 2 milioni di sterline) ma non per questo i vertici di Bbc vengono additati come dissipatori di denaro pubblico. La questione invece, è quella della scelta, della qualità, della capacità di innovare ed essere credibili, di bilanciare ricerca dei nuovi talenti e conservazione di quel numero di volti che il nostro pubblico ama e vuole rivedere.

Il tetto stipendi da 240mila euro colpisce tutti, da Carlo Conti (in odore di Mediaset dal prossimo anno) a Luciana Littizzetto, da Flavio Insinna a Bruno Vespa. Per Monica Maggioni, è voluto passare un messaggio all'esterno del tipo "Li abbiamo puniti", ma è una politica che può portare danni nel lungo periodo.

Certo la Rai avrebbe potuto fare di più sulla via dell’autoregolamentazione e abbiamo forse perso delle occasioni. Certamente nell’ultimo anno, mentre la Rai provava a immaginare il suo futuro, sono cambiati tutti i parametri: dal quadro normativo alla certezza delle risorse finanziarie. Il 22 dicembre 2015 il Parlamento ha approvato la legge di riforma. Nello stesso mese il canone è in bolletta a 100 euro, un anno dopo a 90. Il 30 settembre l’Istat infila la Rai nell’elenco delle amministrazioni pubbliche, di fatto mettendo a rischio la sua operatività. Il 5 ottobre la legge sull’editoria: gli stipendi dei manager tagliati subito a 240 mila euro. Di quelli degli artisti, si è cercato di capirlo, e oggi si sa. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il facile messaggio «li abbiamo puniti» forse porta qualche manciata di voti (ed è tutto da dimostrare), ma lascia solo macerie.

"Azzannare la Rai fa like"

Oggi scendere nella pubblica arena e azzannare la Rai attrae il pubblico dei like. Eppure in quella violenza rischiano di restare impigliate centinaia e forse migliaia di posti di lavoro; in quegli slogan urlati c’è la demolizione dell’istituzione culturale in cui si è formata ed è custodita la nostra memoria visiva collettiva, in cui abbiamo imparato a parlare la lingua che ci unisce. Lì sulla piazza rischia di rimanere il futuro di un’azienda che tanto ha ancora da dare alla nostra comunità. Quell’azienda che riesce a farci divertire, in cui ci riconosciamo Paese tra le canzonette, ci vediamo riflessi nei dolori delle tragedie, i racconti di speranza collettiva. Non vorrei che questo gioco al massacro preveda nel gran finale la riduzione a irrilevanza dell’azienda in cui ho potuto fare il mestiere più bello del mondo, non parteciperò silente e commossa alle esequie. Se invece si vuole davvero riformare puntando a costruire, allora basta sapere dove e quando. Ma nessuna scorciatoia. Costruire significa avere il coraggio di dire che la qualità, anche in Italia, ha un valore. Che le scelte devono essere trasparenti e giustificabili. Che l’epoca dei privilegi è finita. Per tutti. E il resto arriva come conseguenza.