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La scuola artistica di Jocelyn

L'occhio nostalgico ci conduce a ringraziarlo per Il gioco dell'oca. Jocelyn è in televisione da quasi trent'anni e continua ad allevare e dirigere conduttori che gli somigliano sempre di più.

La scuola artistica di Jocelyn.

Sarà un po’ inappropriato, forse esagerato o comunque ingeneroso, ma a sentire pronunciare, leggere o immaginarsi il nome di Jocelyn, è dura non percepire un senso di vetusto difficile da descrivere. Jocelyn, che a noi stesse bene o meno, è stato tra i protagonisti della televisione italiana tra gli anni ’80 e i ’90. Ci fa tornare alla mente serate estive di molto tempo fa, ci fa pensare a lui, Jocelyn, con abiti dalle colorazioni soft. Chissà perché, ma la mia memoria fotografica mi orienta su indumenti color pastello. E’ stato artefice di alcuni format che a quanto pare sono stati in grado di essere acquistati all’estero, vista la fruibilità televisiva: l’esportazione in 42 paesi de Il grande gioco dell’oca ne attesta effettivamente un certo successo, specie nelle zone iberiche.

Francamente, per ciò che riguarda il resto ricordiamo programmi per la sua regia che non fossero davvero memorabili, quasi tutti totalmente incentrati sulla trasposizione televisiva di giochi da tavola (ne Il duello riproponeva addirittura la battaglia navale). Jocelyn non ha fatto la storia della nostra televisione, quanto più che altro ne ha fatto parte, che lo volesse o meno. E per forza di cose, il cattivo vizio di concepire come glorioso chi nelle storia si è trovato a passeggiarci senza troppi meriti, non smetterà mai di alterare l’idea che ci si possa fare di molti personaggi pubblici. Per dirla in maniera generica, Jocelyn è antesignano di un prototipo molto preciso di conduttore che è canone culturale principe nella scuola formativa dei presentatori italiani.

E’ il capostipite e allevatore di una rispettata ma criticabilissima branca di conduttori normo-non-dotati da cui le televisioni amano attingere copiosamente. Ed è una scuola che trova sedi di pascolo in modo ricorrente presso la fucina Rai, lì dove il metodo Jocelyn ha preso vita ed è stato creato. Per mettere subito le cose in chiaro, la colpa della formazione cui si è sottoposti non è mai di chi la subisce. Dote fondamentale per prendere parte a questi corsi intensivi, è essere dotati di una simpatia minima sindacale, una dose accettabile e non eccessiva di qualunquismo (pure non averne troppo è una cosa Qualunque), così da poter dare l’impressione di riuscire a sostenere, davanti ad una telecamera, ogni situazione possibile alla meno peggio. Le doti imprescindibili da possedere si riducono a questa fondamentale. Qualora il presentatore in questione dovesse possederne davvero una ulteriore, non avrebbe comunque modo di metterla in mostra. Prima ed unica regola: saper fare tutto e niente.

E’ così che nascono, crescono e vegetano i conduttori in Rai, che nel caso di Jocelyn finiscono per fare gli autori, i registi. Ed è altrettanto ovvio che dirigano, nei loro concept, dei presentatori dalle velleità artistiche equivalenti. Jocelyn ce lo ricordiamo alla regia per In bocca al lupo, guarda caso presentato da Carlo Conti. E ‘stasera ci sarà la terza edizione di Me lo dicono tutti, con al timone un Pino Insegno in grande sfoggio, in coppia col regista francese anche in tutti i pomeriggi estivi di Rai 1 con Reazione a catena. Che sia chiaro, l’ostilità a Jocelyn e i suoi adepti non è umana, piuttosto la loro onnipresenza lascia scorgere, pure da grossa lontananza, che alla Rai ci sia un problema. E che il problema è così serio  da generare la scuola di Jocelyn, che comunque continueremo a ricordarci romanticamente, perché ha pur sempre fatto Il gioco dell’oca.

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