‘Arenà’, lo show di Renato Zero trasmesso da Rai1 in prima serata il 17 settembre, si è rivelato un successo strepitoso sotto ogni punto di vista. Cantastorie che emoziona il suo pubblico emozionandosi a sua volta, Zero ha raccolto di fronte allo schermo oltre 4 milioni di spettatori, surclassando la proposta messa in campo da Mediaset in risposta, che ha tentato di arginare il disastro mettendo in campo uno speciale di ‘Caduta Libera’ che nulla ha potuto, nemmeno avvalendosi della presenza di una buona parte dei protagonisti della prossima stagione autunnale della tv.

Lo show trionfa tra gli adulti come tra i più giovani.

Zero ha trionfato negli ascolti tv ma, cosa ancor più sorprendente, è riuscito a monopolizzare il popolo della rete, quella fascia di pubblico più giovane che ha ormai fatto l’abitudine a commentare sui social l’offerta televisiva della serata, scambiando tweet in tempo reale che spesso rappresentano la spia esatta del gradimento di un prodotto. Renato Zero lo si ascolta a 60 anni come a 20, lo si ascolta se si è cresciuti con le sue canzoni, se quei testi sono stati la colonna sonora dei momenti più importanti della nostra vita e anche se, è questa ne è la testimonianza, a raccontarci il suo genio e la sua sensibilità sono stati quei genitori, o nonni, che sono cresciuti cantando le sue canzoni.

Se a 20 anni gli occhi diventano lucidi di fronte all’ascolto de “I migliori anni della nostra vita”, se si viene presi da un'incontrollabile tenerezza sulle note di “Nei giardini che nessuno sa” e se si balla come forsennati ascoltando “Triangolo” allo stesso modo di come faremmo con la ultima hit di Alvaro Soler, allora vuol dire che Renato Zero ha svolto egregiamente la sua missione.

Zero, il cantastorie che emoziona emozionandosi.

Artista poliedrico, trasformista, catalizzatore di emozioni, Zero ha stravinto in ogni campo possibile. Ha dimostrato che quel mondo raccontato egregiamente attraverso le sue canzoni è in grado di arrivare al cuore della platea meno omogenea possibile. Ci è riuscito talmente bene da spingere più di qualcuno a chiedersi come mai la Rai non gli abbia ancora affidato uno show tutto suo. Si è imposto nel panorama del piccolo schermo come in quello musicale, trasformando un concerto in una puntata zero che potrebbe fare da apripista a qualcosa di più duraturo e più godibile, perché non limitato allo spazio di tre ore, troppo poche per raccontarne il genio.

Zero ha convinto non solo i suoi ‘sorcini’ ma chiunque si sia avvicinato al suo show, perfino quelli che facendo zapping non hanno potuto fare a meno di fermarsi sulla prima rete Rai pur non avendone l’intenzione. Ci è riuscito perché, al di là della sua enorme competenza musicale, ha creato negli anni un’intensa connessione tra la sua anima da cantastorie e quella più sensibile di chi lo ha ascoltato anche solo velocemente. La capacità di emozionarsi, di partorire pensieri dall’irripetibile delicatezza e metterli in musica sono le armi che lo hanno trasformato in una corazzata. Difficile, a meno di straordinari colpi di coda, che un artista della nuova generazione riesca tra 30 anni a raccontare il suo mondo interiore nello stesso modo di Zero. Ancor di più che riesca a scolpirlo tanto in profondità nelle menti dei nostri figli ai quali noi stessi, rapiti come lo furono i nostri genitori, continueremo a cantare le sue canzoni.