"Un uso criminoso della tv pubblica, pagata coi soldi di tutti". Con queste parole Silvio Berlusconi bollava l'operato di Biagi, Luttazzi e Santoro in Rai nel 2002, ai primordi del suo secondo incarico di governo. Era la frase che sigillava il cosiddetto editto bulgaro, quello con il quale, di fatto, escludeva i tre dal servizio pubblico. Un'incredibile attentato alla libertà di espressione, come mai prima era accaduto e come lo stesso Biagi sostenne nel commentare le parole di Berlusconi.

Il 31 maggio 2002, esattamente 15 anni fa, andava in onda l'ultima puntata del Fatto di di Enzo Biagi, una delle trasmissioni di maggior successo della Rai di quegli anni, in onda per più di 800 puntate e 7 stagioni, capace di dettare l'agenda, sollevare polemiche e far discutere con interviste importanti ad alcuni dei personaggi più influenti della cultura e della politica italiana, da Benigni a Sordi, da Montanelli a Mastroianni. Enzo Biagi fu costretto a salutare l'azienda nella quale aveva lavorato per 40 anni a causa di un'ingerenza della politica che la stessa Rai avrebbe sanato solo alcuni anni dopo: precisamente 5, dopo i quali il giornalista fece il suo ritorno passando dalla porta di Rai3. Rotocalco Televisivo sarebbe stato il suo ultimo programma in Rai.

Il discorso d'addio di Biagi.

Le parole pronunciate da Enzo Biagi per quel commiato dalla Rai, restano scolpite nella storia del piccolo schermo italiano, esempio di schiena dritta e volontà alcuna di assoggettarsi alle logiche di potere che tradizionalmente condizionano i palinsesti della tv pubblica in Italia: “Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità che restare al prezzo di certi patteggiamenti“.

A segnare il destino della trasmissione e concedere a Berlusconi un fianco scoperto per trasformarla abilmente in un pretesto per la chiusura furono, probabilmente, due interviste controverse: prima Benigni, il 10 maggio del 2001, per commentare con scherno il famoso contratto con gli italiani firmato da Berlusconi da Vespa; poi quella a Indro Montanelli dello stesso anno, quando il grande giornalista si prodigò in una definizione densa ed essenziale del cavaliere

il più grande piazzista che ci sia non in Italia, ma nel mondo