Il caso televisivo della settimana è stato certamente quello che ha come protagonista Alessandra Borgia, la giornalista di VideoNews che viene "smascherata" da Striscia La Notizia mentre organizza quel finto incontro con il cacciatore di Ragusa, noto per aver ritrovato più di due settimane fa il corpo esanime di Loris Stival. "Allora le dico io quando passare, faccio un segno con la mano", diceva la giornalista al cacciatore prima del collegamento con Pomeriggio 5, in studio Barbara D'Urso. Il web, l'opinione pubblica e gli addetti ai lavori non hanno avuto pietà per la cronista, attaccandola sulla sua pagina social e manifestando non poca delusione per il suo comportamento. Una pagina Facebook che la Borgia ha infatti chiuso dopo poche ore. Nessuna sua parola, dichiarazione o commento da allora. Nessuna spiegazione sul motivo di un gesto che è, più di tutto, pare poco comprensibile: perché fingere di incontrarlo per caso? Cosa aggiunge il siparietto ad un'intervista che sarebbe stata comunque realizzata, un'intervista che era la notizia stessa?

A giorni di distanza dal fatto, commentato duramente anche dal presidente dell'Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, spunta fuori dagli archivi del web un'intervista rilasciata dalla Borgia nel 2011 a Infiltrato.it, quando lavorava a Mediaset da oramai dieci anni, nella quale pronuncia parole che in qualche modo tendono a stridere con quanto accaduto pochi giorni fa, ma che forse spiegano anche qualcosa, a seconda di come la si voglia vedere. Un'intervista molto ampia (qui la trovate per intero), nella quale la giornalista si racconta a fondo, dagli inizi di carriera ai primi riconoscimenti, i lavori fuori dalla provincia, su larga scala. Poi l'intervistato, passando per il caso di Sarah Scazzi, di cui la Borgia si è occupata a fondo, le chiede se non ci sia il pericolo che, in questi casi, i giornalisti si trasformino in avvoltoi

C’è una linea sottilissima che in questi casi è molto difficile non superare, perché magari vuoi trovare quella notizia in più per poter arrivare ad una possibile verità. Però io dico sempre che l’accanimento della redazione su un fatto di cronaca succede perché effettivamente c’è morbosità anche da parte del pubblico. È come se la gente volesse fare un vaccino comune attraverso queste situazioni, per capire da chi dobbiamo stare attenti e di chi dobbiamo preoccuparci. Le persone sono molto spaventate, ecco perché si legano in maniera quasi morbosa a queste vicende: tracciano identikit per autodifesa. Sara Scazzi, Yara sono ragazze che fanno una vita normale, senza grilli per la testa e che vengono coinvolte in situazioni che nessuno si aspetterebbe. E questa normalità fa sì che il pubblico riveda in loro un proprio familiare, una nipote, una figlia, una vicina di casa. Ecco da dove nasce il legame morboso

Una sorta di circolo vizioso dunque, dove non si riesce spesso a comprendere se sia il telespettatore a volere un certo tipo di informazione, se si limiti a subirla, o se ssubire e volere, in questo caso, siano esattamente la stessa cosa. Poi l'intervistatore chiede ad Alessandra Borgia se notizie di questo genere non rischino di diventare esperimenti di infotainment che più che informare disinformino. La sua risposta è secca, senza apparente ombra di dubbio

La domanda che tutti ci poniamo è se a livello editoriale c’è la volontà di spostare l’attenzione su fatti di cronaca in maniera tale che non ci si preoccupi di altro […] È una domanda che mi faccio anch’io, è un dilemma. Da giornalista ti dico che mi occupo di cronaca, ma onestamente mi rifiuto di fare determinate cose perché non mi piacciono le forzature, non mi piacciono i giochetti, non cerco lo scoop ad ogni costo. Ci sono dei parametri personali oltre i quali non mi spingo.